mercoledì 29 dicembre 2021

Un’illuminata fotografia della viticoltura campana: Bruno De Conciliis “Nelle Terre di Bacco, Dieci vignaioli che hanno cambiato il vino in Campania”. I Nuovi progetti dal 2017 ad oggi. La Degustazione di Tempa di Zoè Anteprima Vitigno Italia 30 novembre 2021

 

Bruno De Conciliis in Vigna

 

Di Giulia Cannada Bartoli

E’ uscita il 21 novembre l’ultima opera del visionario e illuminato Vigneron cilentano Bruno de Conciliis – incontrato lo scorso 30 Novembre a Napoli in occasione dell’Anteprima di Vitigno Italia 2022 - dopo diversi anni dall’ultimo incontro a Prignano Cilento e dopo lo stop forzato dovuto alla pandemia. Abbiamo fatto una lunga e articolata chiacchierata…

 

 


                                                  Bruno De Conciliis

Bruno mi ha raccontato della sua nuova e, come al solito, vulcanica e visionaria avventura. Da alcuni anni ha lasciato la cantina di famiglia, per buttarsi, anima e corpo, in un sogno “matto come lui”: costruire la prima cantina in paglia d'Europa ad Aquara, nel cuore della catena degli Alburni, nel salernitano; e ancora, di una vigna a Meru, in Kenya, a 2600 metri d'altezza, per sostenere l’Associazione Trame Africane attraverso la produzione del primo vino locale.Intanto, instancabile, il vignaiolo cilentano ha tirato fuori una produzione, per il momento dedicata solo ai mercati esteri: Dal lunedì al "soledì", le bottiglie vogliono raccontare la settimana di un viticoltore visionario, innamorato follemente del vino e del jazz, un uomo da sempre con i piedi ben piantati nel suo Cilento e con gli occhi e la mente aperti al mondo che da sempre cerca, attraverso il vino, di trasmettere i valori della Terra e dell’Etica, inseguendo la felicità. Questo progetto nasce in società con Jack Lewens, sommelier e patron del ristorante stellato Leroy a Londra. Il vigneto è una piccola superficie a Santa Maria di Castellabate, nel Parco del Cilento, dove si producono trentamila bottiglie “a basso impatto” con sole uve biologiche, a fermentazione spontanea, senza filtri, né aiuto di altre tecnologie.

 

Sei etichette, dal lunedì al soledì:

La domenica è stata eliminata e il sabato è ancora in corso d’opera.

Lunedì è un primitivo rosato fermentato con bucce di Fiano.

Martedì, in onore del dio della guerra, è un Aglianico giovane e lievemente tannico.

Mercoledì ispirato a Mercurio è un leggero e garbato Fiano.

Giovedì, riservato a Giove è un Aglianico impiantato a Torre Caleo, praticamete sul mare.

Venerdì è la fascinosa Venerea base di di Trebbiano e Malvasia, il Soledì è un Fiano che mi dice Bruno “assomiglia al sole all’ apice, quello che non si può non guardare senza bruciarsi l'anima”.

Si tratta di una scelta netta: fare vino come strumento sociale. Lo scopo non è produrre vino da vendere sul mercato, anche perché il più delle volte si tratta di varietà autoctone non autorizzate dalla Regione Campania, ma di trasportarlo alla sua inclinazione sociale: uno strumento per unire le persone, “per rimettere, seguendo Feuerbach, l'uomo sulle proprie gambe”.

 

L’ultimo step in ordine di tempo – mi racconta Bruno - è la Fabrica del Vino, un progetto che vuole parlare di gentilezza e di riqualificazione di antiche pratiche viticole, tra tradizione e innovazione, insomma, nel suo piccolo, un manifesto di sostenibilità.

 

Un paesino di appena 279 persone, a Cairano, nascono Lello Palla (Pallagrello), John Cassavecchias (Cassavecchia), Miroslav Vitous e Marranico haut couture (Aglianico), esperimenti – continua Bruno con occhi luccicanti - “buonissimi per dare nuova vita alle comunità a partire dalle capacità e dall'amore per la Terra”.

 

uno scorcio dei vigneti di Cairano

Sono queste le linee guida, che hanno spinto Bruno de Conciliis ad Aquara, dove costruire la prima cantina europea totalmente in paglia, avvistata oltre vent'anni fa in Australia. Inizialmente – mi dice Bruno ridendo- i miei partners mi hanno dato del pazzo, adesso, come me, si sono convinti che sia la scelta più giusta. Il mondo del vino non deve avere più posto per plastica e per il cemento”.

 Dopo l’esperienza kenyota e la lunga pausa dovuta al Covid – continua Bruno – “la mia vita è cambiata, il ritorno in Africa è un' esercizio di conoscenza sempre nuovo da cui ho imparato una cosa fondamentale: oltre la beneficenza, io so fare una cosa, il vino, anche dove appare irrealizzabile. Trapiantare questa mia esperienza, restituire alla popolazione locale una propria autonomia, a parte le raccolte fondi che non si fermeranno, è il mio più grande sogno”.

 La significativa esperienza di Cairano ha preso piede nel 2019 dopo la separazione dalla storica cantina di famiglia, si tratta della partecipazione al progetto “Ateneo dei Vini Erranti – La Fabrica del Vino" del quale Bruno è co-fondatore e Rettore insieme con il professor Pasquale Persico.

 “Arte e cultura, la Fabrica del Vino di Cairano" vuole recuperare nel borgo di Cairano una manciata di cantine sotterranee in un luogo che ne annovera circa 120 e mira a farle tornare operative e realizzare un’esperienza di vinificazione con la collaborazione di molti vignaioli della Campania e del meridione in generale. Nella vinificazione non viene utilizzata altra energia se non quella umana e sono coinvolti creativamente appassionati, artisti, persone disagiate, tutti ideali residenti nel borgo irpino. L’obiettivo è la valorizzazione dell’enorme patrimonio delle cantine ipogee cairanesi per imbottigliare micro vinificazioni sperimentali prodotte in altre realtà tra l’Irpinia e il Cilento. Le cantine ipogee godono di una temperatura naturale costante nel tempo e presentano caratteristiche geomorfologiche tali da garantire la qualità del prodotto.

 

Torniamo ad oggi, all’uscita del volume Terre di Bacco,


corredato da bellissime immagini, Bruno ci tiene a dire che non si tratta dell’ennesima guida dei vini della Campania, ma di domande poste a dieci vignaioli sparsi nelle diverse province della nostra Campania Felix, e delle loro risposte, attraverso le quali trasmettere ai lettori considerazioni, ricordi e speranze.

 “Ho lasciato raccontare ad ogni produttore la propria terra. La selezione è molto personale – mi dice Bruno - nasce dal mio bisogno di ascoltare. Il fil rouge che accomuna i dieci produttori è la vigna, un mondo incantato al di fuori della realtà. E’ certamente faticoso, ma - sorride Bruno - è il mio viaggio con gli occhi ben aperti per capire cosa è successo e cosa succederà nel mondo del vino campano”.

 Il numero dei produttori è cresciuto in maniera esponenziale, sono nati nuovi areali vinicoli, il sistema delle denominazioni ha subito uno scossone con l’arrivo sul mercato di almeno quindici varietà prima sconosciute e oggi di grande successo. La nascita di nuove cantine ha diverse matrici: dai puri investimenti di imprenditori e professionisti, provenienti da altri settori, spinti dal ritorno d’immagine del blasonato mondo del vino, ai contadini, ex conferitori di uve, in crisi economica dovuta ai prezzi bassi pagati dalle grandi aziende. La terza matrice è la più interessante, ma, per certi versi rischiosa: si tratta di un folto gruppo di giovani e non, che hanno puntato tutto sul ritorno all’Agricoltura, occupandosi di terreni di famiglia, avvalendosi di collaboratori esterni, ma che, pur producendo vini dignitosi, mostrano chiaramente la mancanza di una conoscenza profonda del mondo del vino, tanto è vero che l’approccio al mercato si rivela difficile in assenza di consorzi realmente operativi dal punto di vista commerciale e di politiche regionali innovative e tese alla crescita e allo sviluppo di queste realtà di media - piccola dimensione.

 Tra queste aziende tuttavia, sono emersi alcuni illuminati pionieri che hanno riscoperto altre varietà, dal casertano, al Cilento, passando per la costiera amalfitana; a loro si sono affiancati una serie di piccole realtà, spesso ex conferitori di cantine sociali, che hanno imparato a diversificare l’offerta, anche differenziandosi con la produzione di vini biologici e naturali, andando così incontro alle attuali richieste del mercato nazionale e internazionale. Per questo motivo – prosegue Bruno – per raccontare del passato, del presente e del futuro della viticoltura campana, non ho voluto sciorinare cifre e percentuali, ma mi è sembrato più naturale rivolgermi a chi sento più vicino alla mia formazione, a chi produce vini che mi piacciono, ai miei amici nel mondo del vino. Ho preferito quindi restringere il campo, raccontando della categoria che prediligo, quella dei vignaioli, restringendo la selezione a quanti fanno parte della FIVI ( Federazione Italiana Vignaioli indipendenti), essendo io stato tra i fondatori della FIVI, la sento ancora come casa mia. Mi sono quindi messo all’ascolto di quelli che si sono resi disponibili, lasciandoli raccontare il loro mestiere fatto di dubbi, certezze, paure e speranze. Ho imparato quanto sia vero che dietro un buon vino c’è quasi sempre una bella persona e che l’autoreferenzialità non paga quanto il confronto con altre esperienze diverse dalla propria. La consapevolezza è l’obiettivo finale: scienza e conoscenza sono strumenti per raggiungere lo scopo, strumenti utili, ma non sufficienti, ciò che è veramente indispensabile per il vignaiolo è la passione per il proprio lavoro.

 “La Campania del vino – conclude Bruno – è un giardino fiorente di profumi, equilibri di colori delicati e contrastanti e, nell’insieme, ogni cosa trova, come per miracolo, il suo naturale posto. Per questo nel libro, ho lasciato posto non alle mie domande, ma alle risposte dirette dei miei amici vignaioli, fatte di espressioni e modi di dire, spesso dialettali, fatte di motti e proverbi. La pandemia mi ha permesso di limare fino all’ossessione, finché ho capito che non avrei potuto portare a termine una storia scritta quotidianamente da così tante persone.

 

I dieci vignaioli coinvolti sono :

Casa di Baal

Villa Diamante

Contrade di Taurasi

Mustilli

De Conciliis

Mila Vuolo

Ciro Picariello

Capolino Perlingieri

Cantina di Enza

Case Bianche.

L’autore dà la precedenza al carattere dei vignaioli e vignaiole e ai loro racconti senza introdurre elementi personali di valutazione. Il lettore riesce a calarsi nella realtà delle singole cantine come se le stesse fisicamente visitando e parlando con gli stessi vignaioli. Le bellissime fotografie sono quasi tutte opera di Bruno ( da sempre esperto fotografo) e sono esse stesse racconto, dalle vigne ai volti espressivi dei vignaioli, narrando storie fatte di sacrificio e passione per la propria Terra e il proprio lavoro. Il volume è davvero una guida inusuale e autentica per chi voglia intraprendere un affascinante, lento e approfondito viaggio nella viticoltura campana. Ogni capitolo si conclude con una breve scheda che racchiude dati anagrafici e di produzione delle dieci cantine protagoniste.

Novembre 2021, Edizioni dell’Ippogrifo sas – Prefazione Saverio Petrilli – Testo e foto Bruno De Conciliis – Progetto Grafico e impaginazione Luciano Striani.



Per concludere il racconto del mio incontro con Bruno De Conciliis, voglio condividere con voi la sua ultima avventura in ordine di tempo: il vulcanico enologo e vignaiolo, si occupa da qualche anno, dell’azienda cilentana Tempa di Zoè con sede ad Agropoli. Un percorso che oggi è arrivato a produrre cinque etichette che ho avuto modo di degustare con Bruno ad Anteprima Vitigno Italia lo scorso 30 novembre, cercando di concentrarmi sul bicchiere, nonostante la presenza di un piacevolmente rumoroso pubblico, felice per la prima degustazione in presenza dopo un periodo così lungo di assenza.

 


 

Il primo assaggio è per Asterìas Fiano Paestum Igp 2020.

Il nome – racconta Bruno con lo sguardo lucido che ormai conosco da anni - s’ispira alla Stella Marina in lingua greca ed anche al Monte Stella che si trova nel Parco Nazionale del Cilento. Fiano in purezza maturato per il 75% in serbatoi di acciaio ed il restante 25% in botti di rovere francese. Affina per due mesi in bottiglia. Alcool circa 13% e prezzo a scaffale sui 20,00 euro. Il vino mi appare giallo paglierino limpido, metto il naso nel bicchiere e avverto subito decisi effluvi fruttati e floreali, corredati dalle note tipiche del fiano cilentano: agrumate, di frutta bianca, nocciola tostata e un lieve sentore esotico. Il naso si chiude con verdi rimembranze di macchia mediterranea. Al palato Asterìas presenta un’immediata freschezza, corredata da un’ intrigante e tipica sapidità; il vino si apre in bocca vellutato e di grande raffinatezza, chiudendosi con note aromatiche e opulente. Siamo di fronte a un fiano “bambino” che riesce comunque già a preannunciare un’entusiasmante crescita nel tempo, fedele alla ormai nota longevità dei bianchi campani.

 Bruno mi fa passare ad AX Fiano Paestum Igp 2019,

si tratta di un fiano in purezza con fermentazione in botti grandi e affinamento in barriques di rovere francese per ulteriori 12 mesi. Segue l’affinamento in bottiglia ancora per un anno. Il grado alcolico è più basso di quanto mi aspettassi: 13%. Anche questa bottiglia si posiziona a scaffale intorno ai 20,00 euro. Mi trovo davanti a un vino decisamente più robusto e imponente: i passaggi in legno elargiscono un grado superiore in termini di colore, struttura e complessità. Il giallo paglierino è notevolmente più pieno. Il naso si riempie di note di frutta sia mediterranea, sia esotica; seguono sensazioni verdi e di spezie di finissima qualità. Naturali salgono al naso classici ed eleganti sentori di pietra focaia di alsaziana memoria. In bocca il vino è coerente con grande equilibrio e quasi prepotente sapidità. Il timore dell’eccessivo impatto del legno è immediatamente annullato da una straordinaria e lunga freschezza. Anche in questo caso si percepisce un lungo futuro in evoluzione.

 Proseguo con il Rosè Rosato Paestum Igt 2020.

Prevalentemente Aglianico, con aggiunta di altri vitigni dell’areale cilentano. L’affinamento è di quelli giusti per la tipologia; quattro mesi in acciaio e due mesi di affinamento in boccia grande di vetro. Il costo a scaffale è strepitoso: si attesta su circa 12,00 euro. Il colore è un’originale e sfavillante rosa che si accosta al salmone. Il naso è decisamente intenso quanto complesso, i sentori sono davvero tanti e ci vuole tempo per individuarli distintamente: melograno, sentori di sottobosco, bacche rosse, note agrumate e ancora fiori rosa, erbe aromatiche con una leggera, quasi impercettibile, chiusura di zenzero. Anche qui il palato si presenta coerente con le sensazioni olfattive: immediatamente fresco e molto saporito, note di frutta carnosa con una sensazione generale di classe, inebriante succulenza, finezza e garbo. “Vabbè conoscete la mia adorazione per i vini rosati.:)”

 Mi appresto all’assaggio della quarta etichetta: Diciotto Supercampano Aglianico Paestum Igp 2019.

Si tratta di Aglianico in purezza maturato in barriques di rovere francese per dodici mesi, seguiti da affinamento in vetro per altri tre mesi. Il grado alcolico è importante:14% ed il prezzo a scaffale è di circa 15,00 euro. Alla vista si presenta di un brillante rosso rubino con bagliori rosso vermiglio. All’esame olfattivo le prime note sono nette e piacevoli: frutta rossa come marasca, susina nera, fiori rossi e sottobosco. Immergendo ancora il naso nel bicchiere si avvertono effluvi di vegetazione mediterranea e chiarissime note speziate. Al palato si avvertono un’immediata energia e calore con un sorso ben strutturato, agile e nervoso. Ben presente e di grande piacevolezza l’acidità. Naturalmente il tannino è ancora in fasce, ciò nonostante si preavvertono future sensazioni tattili importanti e lussuose. La presenza del legno è ben equilibrata e il frutto esibisce una succosa croccantezza. Siamo comunque di fronte a un vino che ha un lungo cammino da percorrere.

 Ed eccomi all’ultimo assaggio; Zero Aglianico Paestum Igt 2018.

100% Aglianico, riposa a lungo in botte grande, seguono naturalmente dodici mesi di affinamento in vetro. Saliamo con il grado alcolico che si attesta a 15%, il prezzo a scaffale è abbastanza importante, circa 50,00 euro. Il vino si presenta fitto di un rosso rubino deciso. Il naso è straordinariamente complesso e graduale: si parte da frutta rossa, bacche nere, note agrumate, mammola, nuances di rosa e macchia mediterranea; seguono note speziate con punte di pepe nero, per giungere ad una chiusura di sostanze terziarie di grande raffinatezza. Il sorso esprime pienamente le sensazioni olfattive: l’esordio è solenne, di corpo e grande struttura, ben equilibrato, seducente e rigoglioso. L’acidità è incisiva di fronte a un tannino maturo, pieno e corredato di effluvi balsamici. La piena evoluzione del tannino è avviata su un sentiero decisamente lungo. E’ un vino che saprà farsi attendere con una chiusura che è già grandiosa e di lunghissima eleganza.

 Una quintina decisamente entusiasmante e fortemente identitaria che rispecchia appieno la cifra stilistica di Bruno De Conciliis e che certamente farà emergere Tempa di Zoè tra le più rilevanti realtà regionali e nazionali, seguendo l’impronta visionaria di un uomo lungimirante, sognatore, sempre alla ricerca della “nota impossibile” e follemente innamorato della propria Terra.

 

 

 

 

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