lunedì 3 gennaio 2011

Regali non banali: Il grande gioco del vino


3 gennaio 2011
Natale 2010,  ricevo un bel pacco, bella carta, fiocco bianco tanto di pignetta natalizia, forma quadrata, difficile indovinare, non è un libro, troppo grande. Vestaglia? Solita scatola di profumeria con creme e cremine?
il pacco sospetto...
L’unico modo per vincere la curiosità è scartocciare, scoppio a ridere:
woooow!!!
Il grande gioco del vino. Sei un vero intenditore? Scoprilo con i tuoi amici. Apro la scatola e continuo a ridere, penso “ vabbè, sarà la solita scemenza tipo Monopoli, figurati che se ne fa un Degustatore Ufficiale Ais come me , pfiuu!”:)))
lo apro, ecco il cartellone, sembra divertente...
Comincio a montarlo, spiegazioni alla mano, comincio a rendermi conto che non è proprio una sciocchezza, può diventare un’esperienza ludica, battaglia all’ultimo sangue, tra vitigni, sommelier, aromi, cantine e tutto ciò che ruota attorno al mondo del vino. Si gioca in due o quattro, ma si possono fare anche 4 squadre e giocare in più persone.
giocatori al nastro di sbornia... oops! partenza:)
A ciascun giocatore o, squadra viene assegnato un segnaposto ( giallo, verde, blu, rosso)  a forma di bicchiere. Tutti alla casella di partenza al colore corrispondente. Al centro del tabellone, uno spinner. Ogni giocatore ha diritto di scegliere 8 segnalini coperti corrispondenti ad altrettanti aromi del vino, quelli che restano vanno a formare la Riserva Comune; ad ogni “avvinazzato” viene assegnata anche una carta “passaporto”.
lo spinner o ruota della sobrietà:)
Ci sono due mazzi di carte: DOMANDE e VINO.
esempio di una carta domanda , si risponde a seconda del colore dove ci si trova. ce ne sono anche di più difficili:)
Le Carte Domanda contengono quattro domande corrispondenti ai 4 colori del tabellone, gli argomenti sono mischiati, bisogna rispondere alla domanda del colore corrispondente alla casella in cui ci si trova. Le carte Vino invece rappresentano sul dorso i vini italiani ed alcuni prestigiosi vini francesi, sul retro la descrizione dei principali aromi,
il retro di una carta vino... è del sud...E'APERTA LA SFIDA, DI CHE SI TRATTA? AL VINCITORE, PRIMO IN ORDINE DI TEMPO CON COMMENTO SUL BLOG, UNA BOTTIGLIA DEL VINO IN QUESTIONE:
corrispondente ai segnalini assegnati all’inizio, che verranno usati quando si arriva sulla casella DEGUSTAZIONE. Si gioca a turni: se per esempio il giocatore che inizia si trova sulla casella gialla, deve rispondere alla domanda contrassegnata sulla carta con il colore giallo, se il giocatore finisce sulla casella CANTINA , avviene LA DEGUSTAZIONE ( di cui parleremo dopo).
la botte indica la cantina, scatta la gara degustazione
In caso di risposta errata, il giocatore di turno resta fermo e si passa al giocatore successivo, in caso di risposta esatta, il giocatore fa ruotare la freccia posizionata sullo spinner al centro del cartellone: a seconda del risultato il giocatore può: avanzare di 1, 2, 3, 4 caselle, se invece del numero, lo spicchio  del cartellone contiene la parola SFIDA, il concorrente deve sfidare un avversario a scelta,
ohi ohi, la sfida...
prendendo una carta dal mazzo delle Domande, chiede allo sfidato se per es. accetta la domanda di colore rosso, questi puo’ accettare o rifiutare fino all’ ultima alternativa, la fase del cambio di domanda è molto divertente perché si entra nel campo del tipo di ragionamento che lo sfidante fa nella scelta del colore della domanda, cioè se parte dalla più difficile, banale, etc. Se lo sfidato indovina, può pescare due segnalini – aromi dalla riserva comune, se sbaglia i segnalini toccano allo sfidante.
esempio di domande per la sfida
Ed eccoci alla fatidica  GARA DI DEGUSTAZIONE, quando il segnaposto di uno dei concorrenti finisce sulla casella CANTINA  scatta la degustazione: la gara verte sul vino indicato sulla carta vino in cima al mazzo. Senza guardare il retro della carta, ciascun concorrente scommette da uno a tre segnalini – aromi in suo possesso.
segnalini di aromi
Si scopre la carta e si leggono gli aromi , per ogni aroma indovinato, il giocatore avanza di due caselle e i segnalini restano in mano  a lui. Quelli non indovinati vengono rimessi coperti nella riserva Comune. Chi non indovina neanche un aroma retrocede di una casella. Se il giocatore di turno pensa di non possedere alcun aroma corrispondente a quel vino, può utilizzare la carta passaporto,
la carta passaporto
se effettivamente  gli aromi che ha in mano non sono presenti, avanza di una casella, altrimenti perde la carta passaporto. N.B. le carte degli aromi non tengono conto delle unicità degli stessi vini nati in cantine diverse, perciò, se i concorrenti hanno in casa vere bottiglie con etichette che riportano informazioni aggiuntive, o diverse da quelle delle carte, queste sono altrettanto valide ai fini della risposta esatta.
l'ufficiale a cavallo con sciabola e bottiglia
Inoltre, sul cartellone c’è una zona del’UFFICIALE CON LA SCIABOLA, se per effetto di una domanda esatta, la freccetta si ferma in una delle caselle presenti in questa fascia, il giocatore viene attaccato dall’Ufficiale armato di sciabola e di una bottiglia di vino e retrocede di quattro caselle (patapunfete:). In un altra fascia del cartellone c’ è LO SPICCHIO UBRIACO, quando la freccetta si ferma in questa zona il giocatore resta fermo per un turno.
lo spicchio ubriaco...hic:)
IL DOMANDONE
Quando un giocatore raggiunge l’ultima casella ha diritto a rispondere al domandone, deve cioè rispondere a tutte le  domande della carta pescata con i seguenti risultati:
-         Tutte risposte giuste, è un vero intenditore , ha vinto la partita
ecco, qui anche qualche esperto potrebbe cadere...
-         Tre giuste su quattro , rimane fermo e aspetta un altro turno per rispondere nuovamente  al domandone
-         Due risposte giuste il concorrente retrocede alla cantina precedente e si riparte quindi con una degustazione o si decide di terminare il gioco, in entrambi i casi si stappa una gran bottiglia di vino!
d'oltralpe per non far torto a nessuno:)
c’è poi una variante alla quale avrei pensato io  da fare tra noi amicie bloggers alla prima occasione:
VARIANTE CON L’ETILOMETRO… all’inizio del gioco, in base al numero dei partecipanti si mettono a centro tavola alcune bottiglie aperte, altre chiuse che serviranno  poi da premi  e, ovviamente, bicchieri da degustazione:
ecco le varianti :
1)     alla casella DEGUSTAZIONE, chi vince decide quale vino far bere a chi perde in base al   corrispondente numero di segnalini che deve riporre nella riserva comune, ogni segnalino = un bicchiere, per ogni bicchiere il perdente deve eseguire la degustazione, se sbaglia ricomincia da capo;
2)     all’arrivo nella fascia SFIDA, se lo sfidato risponde male, beve due bicchieri del vino scelto dallo sfidante ed eseguirne la degustazione, se sbaglia idem come sopra
3)     se poi si  incontra l’ufficiale con la sciabola, chi retrocede deve bere quattro bicchieri di vino a scelta della maggioranza dei giocatori  ed esibirsi nella degustazione, se sbaglia ricomincia;
4)     chi arriva allo spicchio ubriaco, deve bere e fare la degustazione di  un bicchiere a scelta della maggioranza, se sbaglia, ripete;
5)     al domandone, se il concorrente indovina tutte le domande ha diritto di scegliere ad occhi aperti una tra le bottiglie del bottino premi e decidere di farne condurre la degustazione ad uno dei concorrenti ; se ne indovina tre, riceve una bottiglia scelta alla cieca ed esegue  la degustazione alla cieca;  se ne indovina due, beve due bicchieri e torna alla cantina precedente e ricomincia con un’altra degustazione!
REGOLE:
- sono ammessi solo giocatori maggiorenni
-         all’inizio del gioco uno dei giocatori a sorte sarà esentato dal bere
-         porre al centro tavola un vassoio con snack vari per aiutare lo stomaco…
-         la dose del bicchiere è quella usuale da degustazione
-         accertarsi che i padroni di casa abbiano divani , poltrone e tappeti sufficienti per chi non sarà in grado di deambulare e locali adatti ad ospitare eventuali ospiti colpiti da attacchi improvvisi:)
DIVERTITEVI , BUON ANNO! Ah! ATTENTI A NON FINIRE COSI’…:))
ATTENZIONE: ATTRAVERSAMENTO UBRIACHI:))
a parte ogni giocoso scherzo questo per noi è il vino , ascoltate…
Di Giulia Cannada Bartoli
info  on line qui

GUIDA SLOW WINE 2011 presentazione della nuova guida Slow Food e riflessioni sulle annate '04, '05, '06 del Taurasi di vigna.





GUIDA SLOW WINE 2011
presentazione della nuova guida Slow Food
e riflessioni sulle annate '04, '05, '06 del Taurasi di vigna.

Sabato 15 Gennaio 2011
Enoteca Regionale dei Vini d'Irpinia - CASTELLO MARCHIONALE – TAURASI



Ore 18.00: Presentazione della guida Slow Wine 2011
Saluti:
Antonio Buono                    Sindaco del Comune di Taurasi
Antonio Tranfaglia               Presidente Pro Loco
Franco Archidiacono             Fiduciario Slow Food
Alessandro Barletta              Responsabile Slow Food Taurasi e Valle del Calore
Carmela Cerrone                 Delegata AIS Avellino
Interventi:
Marco Starace                     Consigliere Nazionale AIS
Luciano Pignataro                Responsabile Campania Guida Slow Wine
Gaetano Pascale                  Presidente Slow Food Campania
Coordina:
                    Annibale Discepolo              Giornalista de “IL MATTINO”

Ore 19.00/22,30: Banco d’assaggio dei vini delle seguenti cantine presenti in guida
Antonio Caggiano, Salvatore Molettieri, Luigi Tecce, I Capitani, Antico Borgo, Cantina Giardino, Boccella, Michele Perillo, Pasqualino Di Prisco, Rocca del Principe, Colli di Lapio, Quintodecimo, Il Cancelliere, Donna Chiara, Mier Vini, La Molara, Tenuta Cavalier Pepe, Antico Castello, Contrade di Taurasi, Feudi di San Gregorio
Ingresso+bicchiere 10 euro
Ingresso+bicchiere+guida 20 euro

Ore 20.30: Degustazione guidata con Monica Piscitelli, Oto Tortorella, Antonio Caggiano e Salvatore Molettieri a cura di Luciano Pignataro

“Riflessioni sul Taurasi di vigna, a confronto le annate2004,2005, 2006
 Vigna Cinque Querce di Salvatore Molettieri
Vigna Macchia dei Goti di Antonio Caggiano

in abbinamento: le carni di Mario Carrabs e gli assaggi del soffritto di maiale tradizionale preparato dalle comunità del cibo partecipanti alla “Disfida del Soffritto 2011” in programma ad Ariano Irpino il 5 e 6 marzo 2011.
Massimo 30 partecipanti, costo 25 euro. E' gradita la prenotazione.

Durante la manifestazione, previa prenotazione:
Visita guidata del percorso sensoriale TAU
Visita alla Cantinella degli Amici di Marciano

Manifestazione organizzata in collaborazione con: Comune di Taurasi, Pro Loco di Taurasi, AIS Delegazione di Avellino

Per informazioni e prenotazioni Alessandro Barletta - 3385234241

lunedì 27 dicembre 2010

Napoli, Trattoria Nennella. 60 anni di cucina di casa nei Quartieri Spagnoli

Vico Lungo Teatro Nuovo - Quartieri Spagnoli
Trattoria Nennella dal 1949
Vico Lungo Teatro Nuovo 103
Tel.081 41 43 38
Aperto: pranzo e cena
Chiuso: domenica
Ferie: 20 gg. ad agosto, 25, 26 e 31 dicembre

Siamo in pieno dopoguerra a Napoli, nei quartieri spagnoli, come nel resto della città, ci si arrangia, soprattutto si fanno “affari” con i militari americani in libera uscita per le vie del centro. Quando si vuole indicare il quartiere “Montecalvario” di Napoli, è sufficiente dire “’ncopp’e quartieri”, un’area più o meno indefinita tra il Corso Vittorio Emanuele e Via Roma ex Via Toledo. La storia della trattoria di Nennella (affettuoso vezzeggiativo dialettale che si dà alle bambine e  alle donne minute) parte proprio nell’immediato dopoguerra, quando Nennella, al secolo Elisabetta Vitiello, per sbarcare il lunario, apre un piccolo ristoro, poco più sopra dell’attuale trattoria, dove dava “‘o bbere ‘e ‘mericani”, ovvero vendeva whisky, caffè e preparava anche, “ ‘e marenne pè scupature ‘a matina” ( la colazione di mezzogiorno per i netturbini). Alle bevande e alle colazioni, si aggiunsero un paio di piatti caldi storici: “’a zuppa ‘e carna cotta” (la trippa) e pasta fagioli. Dal piccolo “buco” di Vico Teatro Nuovo, si passa alla prima saletta con quattro tavoli e un bancone dove si cucinava a vista.
2009 la festa del vicolo per i 60 anni della Trattoria: 2000 autoinvitati
La famiglia cresce, nasce Pasquale che farà poi prosperare l’attività, mettendo a lavorare tutta la famiglia fino al 2005 anno della sua scomparsa. Al timone restano le donne, Nennella 2, ovvero Concetta la moglie di Pasquale e Nennella 3, Rita, la giovane moglie di uno dei figli di Pasquale, Mariano. In trattoria collaborano tutti gli altri fratelli e sorelle: Ciro, Gennaro, Salvatore e Geltrude, oltre a una squadra di calcio di nipoti e cugini. 60 anni fa circa 12 posti, oggi la trattoria  ha più di 120 coperti in  tre sale interne, uno spazio all’aperto nel vicolo, con tanto di permesso, e una piccola sala poco più sopra, voluta da Rita, Nennella 3, con pochi tavoli riservati, una specie di camera da pranzo di casa propria per occasioni speciali.  Il menù ovviamente cambia ogni giorno, ogni componente della famiglia ha compiti precisi: spesa ai vari mercati storici di città, sala e cucina. Ci sono poi tre compiti molto particolari: recitare il menù a voce (esiste anche la versione stampata), gestire le lunghe file di attesa e far alzare dai tavoli le persone che hanno già  pranzato, per lasciare il posto agli altri. Al centro della sala pende un paniere, ogni tanto si sente una voce: “uagliù acalate ‘o panaro!” (ragazzi tirate giù il paniere), alla risalita del paniere , si alza dalla sala un corale “grazie”! Ok il paniere serve per le mance al personale.
" acalate 'o panaro"
L’inquadramento socio-culturale è importante per capire la valenza di questi luoghi della memoria, per fortuna ancora esistenti e frequentati da un pubblico estremamente eterogeneo, studenti, famiglie, eleganti impiegati delle vicine banche e uffici e gruppi di ragazzi la sera. Si mangia già dalle 12,00 e si va avanti anche fino alle 16,00 per poi riprendere la sera. Il pranzo completo prevede antipasto, primo, secondo, contorno, pane, frutta, acqua e vino della casa. Il menù non è fisso, anzi prevede una vasta e fresca scelta. L’antipasto è il classico napoletano, crocchè di patate, arancini di riso, rigorosamente fatti alla vecchia maniera, olive, verdure grigliate, salame napoli.
l'antipasto napoletano, veri crocchè ed arancini come quelli di mammà
Per i primi l’offerta è varia e appetitosa e cambia con la stagione: pasta e patate con la provola, pasta e fagioli, pasta e ceci, pasta e lenticchie, pasta e piselli, spaghetti olive e capperi, la cd”puttanesca”, al filetto di pomodoro e profumato basilico, minestra di scarole e fagioli, vermicelli con i “lupini”, (vongole comuni, diverse da quelle veraci, ma, altrettanto saporite) e ancora la pasta al forno, il gattò di patate, la lasagna, e gli immancabili ragù e genovese. Quest’ultima è prerogativa di Nennella 2, da sola sbuccia 40 kg di cipolle bionde, spandendo il profumo per tutto il vicolo, sceglie la carne giusta, nessuno deve intromettersi.
Nennella 2, Immacolata con il figlio Mariano in cucina, sposò il marito Pasquale suo dirimpettaio, ma non lo voleva perchè aveva la testa troppo grossa. Si sono adorati fino al 2005 anno della scomparsa di Pasquale.oggi è lei che comanda in cucina.
pasta mischiata e patate con la provola
la "puttanesca"
Altrettanto ricca la lista dei secondi, fragranti “alicelle” di Pozzuoli indorate e fritte, baccalà, pollo arrosto, “tracchie” (spuntature di maiale) arrostite, polpette fritte o al sugo, polpette di ricotta, mozzarella di bufala freschissima, mozzarella “in carrozza” o alla caprese. I contorni ci riportano all’incredibile fantasia dei napoletani  di cucinare le verdure in ogni modo: i classici “friarielli” saltati in padella con peperoncino, peperoni in padella o al “grattè”, parmigiana di melanzane, funghi trifolati, peperoncini verdi fritti al pomodoro, fagiolini, patate e carote lesse, patate fritte o al forno, spinaci e broccoli. Il pane è cotto a legna in uno dei forni storici della zona collinare della città, viene ritirato in due infornate per averlo sempre fresco, al mattino e nel primo pomeriggio.
le alici indorate e fritte dal mercato del pesce di Pozzuoli
salsicce, friarielli e melanzane sale e pepe
Per il caffè pochi passi e avrete solo l’imbarazzo della scelta su Via Roma. Per il dolce nello stesso vicolo si trova la storica pasticceria Ranaldi, paradiso dei golosi.
Il servizio è essenziale e più veloce di Mcdonald, in compenso per 10 euro (dico dieci) mangerete, serviti a tavola, dall’antipasto alla frutta, un decoroso aglianico e piedi rosso sfuso di Monte di Procida. Qui, come nella migliore tradizione napoletana, “il cucinato” è anche da asporto, per circa 8 euro porterete a casa un pasto completo bevande escluse.Un vero affare, non solo per la cucina e il valore incalcolabile di una tradizione che continua, ma anche, per la straordinaria atmosfera di verace e ironica napoletanità, per niente folkloristica, che si respira a casa di Nennella, dove si fa anche la raccolta differenziata…
la traduzione nel cartello qui sotto:)...

Vini e Cucina dal 1913, tre generazioni ai fornelli in via Piedigrotta tra carri e canzoni

Mamma Luisa alle prese con le alici, qui dal 1913 nel cuore di Piedigrotta

Totò, Eduardo e Pasta e Fagioli. Da cinquant’anni al Corso Vittorio Emanuele, la strada più lunga di Napoli

uno spaccato di rara umanità...


Mario Bianchini, l'oste
Corso Vittorio Emanuele 514
Tel.081.564 26 23
Chiusura: lunedì
Aperto a pranzo e cena
Carte di credito, bancomat, buoni pasto: si
Ferie:10 giorni in agosto
Il Corso Vittorio Emanuele, nasce tra il 1853 e il 1860 col nome di Corso Maria Teresa e la sua realizzazione si deve alla volontà di Ferdinando II che ne commissionò il progetto all’architetto ed urbanista Errico Alvino, con l’intento di poter avere un asse viario che mettesse in diretto collegamento due parti della città poste agli antipodi e, soprattutto, la città bassa col quartiere del Vomero. La strada si snoda per 4.5 chilometri, dall’attuale piazza Mazzini sino a via Piedigrotta, lambendo la collina del Vomero con un andamento sinuoso e per larghi tratti panoramico.
il Corso Vittorio Emanuele oggi sul marciapiede sinistro c'è l'osteria
L’apertura di questa strada, in un’epoca in cui le colline erano ancora territori incontaminati, coltivati ad orti e vigne, mirava a dotare Napoli di una sorta di primitiva “tangenziale”, che agevolasse gli spostamenti da una parte all’altra della città. Eleganti edifici, soprattutto sul versante occidentale, belle affacciate sul golfo, gli attraversamenti delle antiche salite per il Vomero e la presenza del singolare Castello Aselmeyer sono le principali caratteristiche del corso Vittorio Emanuele. Numerosi anche i collegamenti con il trasporto su ferro: lungo la strada si trovano tre stazioni intermedie delle funicolari ed una fermata della ferrovia Cumana.
la fermata della funicolare del Corso Vittorio Emanuele com'èra
Il Castello Aselmeyer, o più correttamente, Castello Grifeo dei principi di Partanna, è una residenza ubicata in Corso Vittorio Emanuele, eretta dall’architetto anglo-napoletano Lamont Young nel 1902 come dimora personale e due anni dopo venduto al banchiere Carlo Aselmeyer.
Il Castello Grifeo dei principi di Partanna
Napoli è cresciuta sul tufo giallo, sulla pozzolana e sulle rocce generate dalle antiche eruzioni del vulcanismo dei Campi Flegrei, ha quindi  sempre sfruttato la pietra dei suoi colli e del fondo delle sue valli per crescere verso l’alto, avendo perciò bisogno di essere collegata da sistemi di scale, calate, salite e discese.  A pochi passi da Piazza Mazzini, scendendo per meno di un chilometro per Via Salvator Rosa e svoltando a destra in Via Francesco Saverio Correra, vi troverete nel mezzo di quella strada che tutti i napoletani conoscono con il nome storico di “Cavone”,
Via Francesco Saverio Correra, il "Cavone"
Si tratta di una strada poco più larga di un vicolo che da Piazza Mazzini conduce dopo circa 600 mt a Piazza Dante. E’ una discesa sommersa tra 80 palazzi e 200 “bassi”, più di 500 famiglie e 2000 residenti con storie di vita della Napoli di una volta che risalgono all’immediato dopoguerra e che ho raccolto per testimonianza diretta: “la parte verso piazza Dante era ricca di botteghe di frutta e ortaggi e piccole salumerie. Sulla sinistra c’era una piccola rivendita con la bancarella esposta sul vicolo dove una bellissima e formosa signora metteva in mostra svariate ceste di uova il cui prezzo variava a seconda della grandezza e freschezza. ( chissà se un certo allevatore in Versilia fa lo stesso…) Sempre sulla sinistra, poco più avanti, c’era la scuola elementare, al mattino si vedevano i bambini con i loro grembiulini candidi e fiocchi azzurri correre fino all’ingresso, le mamme facevano a gara per chi avesse il grembiulino più pulito e meglio stirato, al ritorno poi, quante macchie (la penna biro ancora non era stata inventata). Molti abitanti del “Cavone” ospitavano studenti universitari e si poteva osservarli intenti a studiare sui terrazzini o sui balconcini al tiepido sole invernale. Nel pomeriggio poi, i bambini giocavano per strada, il vicolo rappresentava il prolungamento naturale del basso, era ovvio perciò che molte attività del quotidiano si svolgessero all’aperto, come ad esempio pulire la verdura, cucire, stendere il bucato. Durante lo svolgimento di queste incombenze, il chiacchiericcio era costante: il buongiorno e la buonasera erano la regola se passava un estraneo al vicolo.  Poi c’erano le conversazioni da balcone a balcone e il mitico “panaro” (paniere) che trasportava con un sistema di carrucola oggetti di ogni necessità da balcone a balcone”. Il “Cavone”, in effetti, altro non era che un impluvio, il letto collinare dell’antico Sebeto, nel quale le acque avevano scavato un canyon nel banco tufaceo mettendo il tufo a vista e favorendo un’intensa estrazione. Scomparso il Sebeto, il suo letto diventò una strada lungo la quale s’insediarono numerosi “fondaci”, nei quali i mercanti depositavano le mercanzie che esponevano in Piazza Mercatello, all’epoca fuori dalle mura, oggi Piazza Dante. Con l’espandersi della città anche il Cavone fu urbanizzato e persino i suoi fondaci, dove ancora oggi su alcune lapidi si legge: “basso non utilizzabile come abitazione”, diventarono abitazioni. “Il Cavone era il mercato del quartiere, tra Piazza Dante e il Museo c’era una drogheria che vendeva di tutto: sapone di piazza di color marrone gommoso conservato nei barili, legumi, dolciumi per bambini, pasta sfusa tenuta nei cassetti con la carta blu dei maccheroni, conserve di pomodoro a peso. Queste attività, come “‘o ferraro” (il fabbro), “‘o baccalaiuolo”, e “l’acquafrescaio” che vendeva limonate e acqua ferrata al Museo”
l' acquafrescaio
oggi non ci sono più. Rimangono gli antichi palazzi nobiliari abitati dalle famiglie borghesi e i “bassi” del popolo in una commistione normale per quei tempi, dove, sotto le bombe non c’èra differenza, il ricovero era uno solo. Lungo il Cavone resta la cappella Ulloa, una delle chiese monumentali di Napoli, sita nel centro storico della città, in piazzetta Cappelluccia.
la Cappella Ulloa
Alcuni dei palazzi nobiliari sono stati restaurati e riconvertiti in originali hotel tra cui l’Hotel Correra 241, il primo Art Hotel di Napoli, addossato ad un banco di tufo da cui parte un antico acquedotto greco-romano. Risalendo verso il Corso, proprio all’angolo, prima della discesa di Salvator Rosa e del Cavone, in direzione Piazza Mazzini, al n. 514 c’è l’Osteria Toto’, Eduardo…e pasta e fagioli. Una volta, mi racconta il proprietario Mario Bianchini, napoletano con lontane origini toscane, questa posizione era ideale, grazie alle scale di Napoli, antichi percorsi pedonali che congiungono le colline con il centro e la costa. Il Corso Vittorio Emanuele con le sue calate, discese, salite e pedamentine ne è una salda testimonianza. Il Petraio è una zona di Napoli
il Petraio,la zona popolare
che prende il nome dell’omonimo borgo (Salita del Petraio, Gradini del Petraio, Vico del Petraio, Discesa del Petraio ) sulla collina del Vomero. Il termine Petraio non deriva dal nome di una cava di pietre, ma da un luogo dove le piogge alluvionali depositano i ciottoli; il tracciato della salita ricalca quello di uno dei tanti alvei alluvionali del Vomero, dove successivamente venne realizzato un borgo che con il passare degli anni è diventato un luogo per famiglie benestanti. Oggi nel quartiere sono presenti architetture di Liberty napoletano realizzate nei primi anni del XX secolo e successivamente, durante la speculazione, sono stati costruiti numerosi palazzi in calcestruzzo armato che l’hanno resa una zona con alta densità residenziale.
il Petraio, le costruzioni residenziali
La Pedamentina di San Martino parte dall’omonimo largo sulla sommità del Vomero, una lunga via gradinata che, con 414 gradoni, permette di scendere fino alla città bassa, ricongiungendosi con Corso Vittorio Emanuele. E’ con ogni probabilità il più antico percorso di accesso al Vomero (esisteva già a metà Cinquecento), utilizzato in passato per raggiungere il Castel S.Elmo, e per questo dotato di sistemi di difesa contro gli assalti nemici. Lungo il percorso, si incontrano vecchie abitazioni, notevoli viste sul panorama del centro storico, e si costeggiano i giardini e le vigne della Certosa di San Martino da ieri 16 dicembre, monumento nazionale.
la vigna di San Martino - Monumento nazionale
Dalla magnifica terrazza dell’Osteria di Mario Bianchini si vedono le Scale di Sant’Antonio ai Monti e l’Olivella che conduce alla zona della Pignasecca. Il nome originario dell’osteria doveva essere “ Totò, Peppino e pasta e fagioli”,
Eduardo de Filippo e Toto' il Principe Antonio de Curtis
poi, per un disguido burocratico Peppino è stato sostituito dall’altrettanto mitico Eduardo. L’importante è che non sia stato sostituito Totò, il Principe de Curtis, perché la moglie di Mario, Rosaria De Curtis è parente del principe napoletano per antonomasia, nato nel Rione Sanità. Il locale, oggi si trova nel caos del Corso Vittorio Emanuele, sommerso da mille attività, traffico, motorini, la vicina facoltà universitaria del Suor Orsola Benincasa,
L'istituto universitario del Suor Orsola Benincasa
lo svincolo che porta alla tangenziale e le difficoltà di trovare parcheggio. Mario non si arrende, sul marciapiede di fronte l’osteria ci sono una serie di garages di amici sempre pronti ad ospitare le auto dei clienti. Un po’ di anni fa – mi racconta Mario – non c’èrano garages ma piccole botteghe, tappezzieri, un barbiere e qualche basso, ora è tutto sparito, annullato, nel bene e nel male,  dall’invasione della modernità.
i bassi di una volta
Totò, Eduardo e pasta e fagioli non è sempre stata un’osteria, negli anni precedenti al dopoguerra era una semplice mescita di vino
da mescita a osteria
e tale è rimasta fino alla fine degli anni ’70, quando Mario, cuoco autodidatta, allievo di mamma Anna, lo rileva per farne una semplice osteria con i piatti della tradizione napoletana. La storia di Mario è simile a quella di molti della sua generazione: ultimo di sei figli, poca voglia di studiare, comincia con lavoretti vari e a 12 anni entra in cucina dalla Pizzeria Gorizia, dove oltre a fare il “ragazzo” , comincia rubare il mestiere allo chef. Una volta cresciuto trova un posto come capo cuoco alla mensa dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, un malore lo costringe a lasciare la fabbrica, qualche esperienza al Nord, poi il rientro a Napoli, in cucina da Ettore in Via Gennaro Serra e da Amici Miei. Da circa trent’anni, Mario Bianchini, con l’aiuto saltuario dei due figli Gaetano e Francesco e della moglie Rosaria quando non è impegnata nell’altro locale storico di famiglia, l’Alimentari – tavola calda De Curtis in via Alabardieri, abita praticamente nella cucina dell’osteria, aperta a pranzo e cena. La cucina è davvero quella di casa, non solo per la classicità dei piatti proposti, ma per i sapori identici a quelli domestici. Il menù non è particolarmente ricco in termini di numero di piatti proposti, ma la genuinità dei sapori è emozionante e fortemente evocativa. I prodotti usati in cucina sono eccellenti, la cordialità e la semplicità altrettanto, un paio di episodi mi fanno capire tanto del modo di essere di Mario: un lunedì – giorno di chiusura – fuochi spenti, capita una coppia di turisti, non sanno dove andare, Mario accende i fornelli e non chiede il conto; un gruppo di  studenti finisce il pranzo, i ragazzi si rendono conto di non avere soldi a sufficienza, anche qui Mario non batte ciglio, niente conto. Veniamo ai piatti, il fiore all’occhiello dell’osteria è la pasta e patate con la provola, ora, si fa presto a dire pasta e patate, ma, vi assicuro ( con cognizione di causa) ho assaggiato la migliore pasta e patate con provola, come non la mangiavo da anni: non mancava nulla, il sapore di sottofondo del battuto di verdure e aromi soffritti, la cremosità delle patate, parte intere e parte frullate, la “mescafrancesca” perfettamente al dente, provola perfettamente fusa e senza poltiglie, misto di parmigiano e pecorino romano grattugiato e un tocco di piccante, a Napoli diremmo, “‘a uerra”.
pasta e patate con la provola, un capolavoro
Ancora una minestra, pasta e ceci, ritorna la memoria di casa, il modo di cucinare di mia madre, i ceci parte interi e parte in crema, di nuovo pasta mista, spruzzatina di prezzemolo e piccante a piacere.
pasta e ceci
Poi un classico napoletano “‘ O Scarpariello”, per 2 persone: 250 gr. di maccheroncelli o penne;600 gr. di pomodorini freschi per il sugo; 50 gr di strutto o grasso del prosciutto;50 gr. parmigiano grattugiato; 30 gr. pecorino romano; 4 cucchiai di olio extravergine di oliva; 1/2 spicchio d’aglio; peperoncino a piacere o olio piccante ( alla fine il sugo deve essere piccante!); basilico e prezzemolo. La “zuppetta” o “scarpetta” con il pane che Mario fa arrivare da Frattamaggiore è obbligatoria.
'O Scarpariello
Dalla cucina arriva un insistente profumo di cipolla: “ è la genovese, – mi dice Mario – l’ho messa a fare ieri sera, sta finendo di imbrunire.” Uno spettacolo con il pezzo di gallinella morbido come il burro. Ad ora di pranzo l’osteria non è molto piena, questa non è una zona di uffici, gli studenti della vicina università si accontentano della mensa, ecco perchè Mario prepara soltanto primi piatti. naturalmente i secondi espresso sono sempre disponibili.
la genovese, con la cipolla bruna al punto giusto
La sera è una festa, il locale è sempre pieno, meglio prenotare. Si comincia dagli antipasti: la  frittura napoletana, i crocchè di patate e gli arancini veri, provola, prosciutto cotto, pepe e prezzemolo per i crocchè, carne macinata, mozzarella, sugo, piselli e prosciutto per gli arancini. Le montanare, deliziose, bollenti pizzelle fritte condite con sugo di pomodoro, basilico e parmigiano, le paste cresciute e i piccoli ripieni di ricotta e prosciutto, o, scarola e il “pignatiello” di fagioli.
il "pignatiello" di fagioli
Ancora la frittura di “fravaglia”, freschissima presa al mercato in Pignasecca, citando il mitico Lellobrak: “i giovani pesci di una determinata specie (fravaglia ‘e treglia, fravaglie di sarde, d’alici ) e più genericamente l’insieme di novellame (escluso il novellame appena nato: i cosiddetti bianchetti che in napoletano son detti cicenielli) di specie diverse messe in vendita mescolato ed adatto soprattutto alla frittura. Cominciamo a dire che la voce napoletana fravaglia ( che – contrariamente a quanto ritenuto dai piú – io non reputo sia da collegarsi al verbo lat. frangere= spezzare giacché (per quanto si faccia) sia morfologicamente che semanticamente non si riesce a trovar nessi soddisfacenti. Mi pare invece più perseguibile sia per la morfologia, che per la semantica, la strada di un sia pure non attestato neutro plurale *fragalia da un sing. *fragalium = cose odorose intese poi femminili, derivato dal lat. fragare= essere odoroso ); dicevo dunque che la voce napoletana fravaglia è pervenuta con i medesimi significati del napoletano nella lingua nazionale dove però è fragaglia.”.
Gli antipasti proseguono con verdure alla griglia, polipetti alla “luciana”, polpi cotti in casseruola, tradizionalmente di terracotta, insieme a pomodoro, aglio, ulive di Gaeta e capperi.
polipetti alla luciana
Si condisce con pepe e, a fine cottura, si completa con prezzemolo tritato. Non va aggiunta acqua durante la cottura. Un proverbio napoletano, recita, infatti: “‘O purpo se coce int’ all’acqua soja”, il polpo si cuoce nella sua acqua:). Fanno parte degli antipasti alcuni must della cucina napoletana a base di verdure, si tratta tuttavia, di preparazioni talmente ricche e saporite da poter sostituire un intero pasto, stiamo parlando della parmigiana di melanzane, dei peperoni imbottiti e delle zucchine o melanzane a “scarpone”. Durante il periodo migliore dei pomodori di Sorrento, fine primavera – inizio estate, Mario li prepara farciti con il riso alla marinara, o in versione campagnola con riso, carne macinata, mozzarella e piselli.
i pomodori di Sorrento
Tra i primi piatti, oltre a quelli citati sopra, ci sono naturalmente il ragù con la sua carne, gli gnocchi alla sorrentina, i paccheri alla “mammà”, altro piatto forte dell’osteria con ragù, ricotta e mozzarella, la pasta e fagioli, i primi di mare a seconda del mercato e della stagione: spaghetti a vongole, cozze, paccheri con la pescatrice. Tra i secondi la carne la fa da padrone, tutti i pezzi del ragù: tracchie, cotica, salsiccia, polpetta, gallinella. Ancora carne alla brace, agnello, costolette di maiale, scaloppine al vino, o al limone. Sul lato mare c’è un solo pezzo forte, i clienti lo prenotano e arrivano da ogni parte per mangiarlo: il baccalà alla luciana.
il baccalà, foto di Raffaele Bracale
La mozzarella, che può rientrare tra gli antipasti o i secondi, arriva dall’agro aversano. I contorni sono rigorosamente tradizionali: friarielli, peperoni al grattè, melanzane a funghetti e tante insalate.
la mozzarella aversana
I dolci della tradizione napoletana, pastiera, torta caprese, tiramisù e ricotta e pera sono fatti in casa, qualche puntata sui dessert siciliani arriva dalla famosa pasticceria in Corso Vittorio Emanuele, Sapori di Sicilia, altro locale con cinquant’anni di storia. Degno della miglior tradizione napoletana il caffè. A scelta ed offerto dalla casa limoncello e amari di vario tipo. La cuenta? Per un pasto completo non si superano i 15 – 18 euro, se si sceglie il baccalà si arriva a 20, incluso il vino della casa, piedirosso o falanghina dei Campi Flegrei. Baccalà, un’insalata e un bicchiere di vino, 10 euro.
una delle salette
Il locale si compone di due deliziose salette in legno, circa 50 coperti e poi c’è il bellissimo terrazzo con vista sul golfo e sul Vesuvio dove durante la bella stagione possono sedere anche 80 persone.  L’atmosfera è davvero casalinga, d’inverno con il freddo si tira un sospiro di sollievo per il calore che Mario dimostra a tutti i suoi clienti e per i magnifici piatti caldi pronti in pochi minuti. D’estate ci si “arricrea” ( consola) per il fresco della terrazza, per l’allegria di Mario e, tutto sommato, per il panorama di una Napoli, che, nonostante tutto, è sempre tra le più belle città del mondo.
Napoli vista dal Corso Vittorio Emanuele
Chiedo a Mario: “ ma non siete stanco, sempre qui dentro”? Mi risponde: “ io amo stare tra la gente, mi manca la Napoli di una volta, quando la gente si salutava, si parlava, mi piace capire le persone, se, per esempio vedo che al tavolo ci sono persone che possono spendere non mi preoccupo se si sale di qualche euro, se vedo che magari c’è un marito che ha fatto sacrifici per portare la moglie a cena fuori pur di  vederla felice, mi commuovo anch’io e gli faccio lo sconto, insomma, erano meglio i bell’ tiemp’’e ‘na vota quann’’a gente se vuleva ‘bbene”. Quasi, quasi sono d’accordo con Mario…