giovedì 5 novembre 2009

LA VENDEMMIA 2009 OGGI SUPPLEMENTO SUL MATTINO

Foto di Giulia Cannada Bartoli

La vendemmia 2009, oggi supplemento con il Mattino

Con il quotidiano in edicola l'inserto di dodici pagine che ho curato sulla vendemmia: il modo per fare il punto della situazione attraverso una indagine giornalistica sul campo
Intervista all'assessore regionale Nappi di Daniela Limoncelli
L'andamento campano e nazionale secondo Assoenologi
L'Irpinia, di Annibale Discepolo
Il Sannio, di Federica De Vizia
Il Vesuvio di Luisa del Sorbo
Ischia di Ciro Cenatiempo
Caserta di Maristella Di Martino
Il Cilento e il Salernitano, di Elisabetta Manganiello e Piero Vistocco
Gli approfondimenti:La Coda di Volpe, vitigno misterioso
La Catalanesca, di Marina Alaimo
Il progetto Slow Food su Ischia, di Monica Piscitelli
Castelvenere, il comune più vitato
Falerno, la prima doc del mondo
E, ancora
Come è cambiato il consumo del Vino al ristorante, di Francesco Aiello
Internet, nuova frontiera: dai foodies a Bonilli
Ais e Polizia alleati contro gli abusi, di Pino Taormina

Last, but not least: i grandi bianchi vanno aspettati almeno un anno

martedì 3 novembre 2009

13 NOVEMBRE, LA TENUTA ADOLFO SPADA ALL'ENOTECA L'ARCANTE DI POZZUOLI




Serata con i vini della Tenuta Adolfo Spada a L’Arcante Enoteca

In degustazione i vini dell’azienda di Galluccio (CE) premiati da Gambero Rosso, Seminario Veronelli e Luca Maroni
Venerdì 13 Novembre nell’ambito del ciclo di appuntamenti “Amici di Bevute. Viaggio al centro dell’autoctono”, L’Enoteca L’Arcante di Pozzuoli (Napoli) propone una serata con i vini della Tenuta Adolfo Spada una delle più interessanti realtà emerse negli ultimi anni nel panorama delle aziende della provincia di Caserta, areale di antichissima tradizione vitivinicola.
Dopo la pausa estiva, quello con l’azienda di Galluccio (Caserta), è il primo degli appuntamenti che L’Enoteca di Angelo Di Costanzo, Miglior Sommelier Professionista italiano del 2008, dedica ai grandi vini della regione.
L'azienda della famiglia Spada nasce nel 1973, quando l’ingegner Adolfo acquista la proprietà di Galluccio per realizzare il sogno di produrre vini di qualità nella terra del leggendario Falerno celebrato dagli Antichi. Dal 2001, il progetto è affidato ai figli Ernesto e Vincenzo, anche loro ingegneri, affiancati dal noto winemaker Riccardo Cotarella.
Nascono così vini di grande armonia e abbinabilità in tavola come il Gallicius Aglianico e il Gallicius Falanghina e veri fuoriclasse come il Sabus e il Gladius, appena premiato con i Tre Bicchieri dalla Guida ai Vini d'Italia 2010 del Gambero Rosso.
Due i momenti della serata alla quale parteciperà il produttore, Ernesto Spada:
- dalle ore 18.00 degustazione gratuita a L’Arcante Enoteca (Via Pergolesi, 86 Pozzuoli – Napoli) di due delle migliori interpretazioni aziendale in materia di vitigno autoctono: il bianco Flòres 2007 (Due Bicchieri Gambero Rosso 2010), a base di Falanghina, e il rosso, Aglianico al 100%, Gallicius. Conduce le degustazioni Angelo Di Costanzo.
- dalle ore 20,30, poi, presso Ristorante Il Rudere, adiacente all’Enoteca, cena-degustazione su prenotazione (costo 38 euro) con i vini dell'azienda. Tra gli altri: il pluripremiato Gladius e l'affascinante Sabus, abbinati a un menu elaborato per l'occasione dallo chef Antonio Lubrano e raccontati da Ernesto Spada.
Per informazioni e prenotazioni contattare L’Arcante Enoteca: 081 3031039 oppure larcante@libero.it.
L’AZIENDA – IL PROFILO
La Tenuta Adolfo Spada nasce nel 1973 quando l’ingegner Adolfo Spada acquista la proprietà di Galluccio (Caserta) con lo scopo di produrre vini di qualità in uno degli areali campani più vocati per la viticoltura: la provincia di Caserta, terra del leggendario Falerno celebrato dagli Antichi.
Fino alla fine degli anni Novanta, l’azienda si specializza nella produzione di uve di qualità, poi dal 2001, con la consulenza di Riccardo Cotarella, firma prestigiosa dell’enologia mondiale, il via alla razionalizzazione degli impianti, l’attuazione di una selezione spinta in vigna e l’adozione delle più moderne tecnologie in cantina.
Vincenzo ed Ernesto, anche loro ingegneri, succeduti al padre alla guida dell’azienda, portano avanti quel progetto con lo spirito di sempre. Lavorano l’Aglianico, il Piedirosso e la Falanghina affinché, nel rispetto delle loro caratteristiche peculiari, possano esprimersi in prodotti di qualità. Eleganti e riconoscibili.
I trenta ettari di proprietà, dei quali 22 coltivati a vigneto, su un declivio naturale a 350 metri sul livello del mare, sono immersi nei 9000 ettari di natura protetta del Parco regionale di Roccamonfina e Foce del Garigliano, ai piedi del vulcano spento di Roccamonfina.
Dal 2009 la Tenuta Adolfo Spada ne sposa il marchio e lo appone su tutta la comunicazione aziendale e sulle circa 90000 bottiglie immesse in commercio ogni anno.
Da questo lavoro rigoroso e appassionato dei fratelli Spada, nascono cinque le etichette della Tenuta:
Gladius Aglianico Roccamonfina Igt (85% Aglianico e 15% Piedirosso)
Sabus Roccamonfina Igt (Piedirosso, Aglianico, e Montepulciano in parti uguali)
Flòres Roccamonfina Igt (Falanghina 85% e Fiano 15%)
Gallicius Aglianico Roccamonfina Igt (Aglianico 100%)
Gallicius Falanghina Roccamonfina Igt (Falanghina 100%)
Il 2010 segnerà la nascita di FiorFlòres, quella che Ernesto Spada definisce “il meglio di Flòres”, e di un cru di Piedirosso: “Camporosso”.

VINI BUONI D'ITALIA 2010 SI PRESENTA A MERANO WINE FESTIVAL

Sarà presentata a Merano Vinibuoni d’Italia 2010Il bello e il buono del bere italiano nella più prestigiosa guida ai vini da vitigni autoctoni curata da Touring Club Italiano La guida Vinibuoni d’Italia 2010 edita da Touring Club Italiano, giunta all’ottava edizione, verrà presentata il 7 Novembre con un grande evento al teatro Puccini nel corso del Merano International Winefestival dove verranno premiati i produttori che hanno ottenuto la corona, il riconoscimento che premia la più schietta tradizione enologica italiana ispirata alla più genuina filosofia della valorizzazione delle radici locali, della tipicità e del Made in Italy. I vini recensiti in guida danno un segnale di preciso ai consumatori e al mercato italiano ed estero, che apprezza sempre di più i livelli qualitativi - generalmente caratterizzati anche da un buon rapporto qualità prezzo - che gli autoctoni stanno esprimendo. ore 10,30 - Presentazione della guida “Vinibuoni d’Italia 2010” alla stampa con la partecipazione del direttore editoriale di Touring Editore Alberto Dragone, dei curatori Mario Busso e Luigi Cremona e del Presidente di Gourmet’s Int. Helmuth Köcher, Patrizia Felluga presidente del Consorzio di tutela vini del Collio.Ore 10,50 - Assegnazione del Premio Michele D’Innella alle Cantine Masi per la migliore comunicazione in campo enologicoore 11 - Premiazione dei vini della Corona ore 12 - Premiazione delle “Bollicine Italia” i migliori spumanti secondo il voto del pubblico di Vinitaly 2009 e Vitigno Italia 2009 dal pubblicoore 12,15 - Presentazione della nuova rubrica “Territori e vini d’elite”. Quest’anno l’approfondimento della guida è stato dedicato al Collio Doc Bianco. ore 12,30 - Presentazione del volume di Mario Busso e Angelo Concas “Donne in vigna” ore 12,45 - Presentazione degli show room permanenti di Vinibuoni d’Italia con la partecipazione di Vincenzo Vita della Vita Trading International.Ore 13 - Buffet con i prodotti tipici italiani abbinati ai vini della Corona - ai vini della Golden Star - ai vini Collio Doc Bianco selezionati in guida e ai vini di “Donne in vigna”. In collaborazione con Consorzio Provolone Valpadana, Consorzio Grana Padano, Latterie Friulane, Consorzio Monte Veronese, Salumi Levoni, Salumificio Principe, Caseificio Pugliese, Caseificio Tosi, Caseificio Taddei, Salami Arigianali Giacobbe, Cooperativa Produttori Tradizionale Formaggio Macagn, Caseificio Vallet, Olio Spagnoletti Zeuli, Pane di Altamura, Biscottificio Santa Maria, Paniere prodotti Regione Campania.Ore 14,30 - Inaugurazione nel Kuraus di “Enoteca Italia”, un evento unico che raggruppa oltre 460 tipologie di vini da vitigni autoctoni selezionati dalla guida “Vinibuoni d’Italia 2010”. L’Enoteca proporrà i vini dal 7 al 9 Novembre. 216 le etichette premiate con la “corona”I vini della Corona sono i vini italiani dell’eccellenza, scelti con voto palese di maggioranza nella sessione finale di degustazione a commissioni riunite su scala nazionale. Sono dunque vini che hanno entusiasmato per l’assoluta espressione del vitigno e del territorio di appartenenza, per la gamma aromatica, per il corpo e per l’armonia. Vini di forte identità, il cui ricordo rimane impresso con la capacità di emozionare a lungo. 187 le etichette che hanno ricevuto la Golden StarI Golden Star Wine sono quei vini, che raggiunte le quattro stelle hanno ottenuto la nomination, per concorrere alla corona perchè, oltre ad esprimere eleganza, finezza, equilibrio, qualità e precisa espressione del varietale e del territorio, hanno destato nella commissione di degustazione regionale un’esaltante emozione. 248 “Vini da non perdere”Si tratta di vini di particolare pregio che le commissioni regionali hanno messo in risalto in questa apposita sezione della guida. 25 i migliori Collio Doc BiancoIl Collio Bianco - vino che rappresenta una sfida per il Consorzio e i produttori ad esso associati - è la risposta con la quale si ribadisce una tradizione che colloca questo territorio, per vocazione storica, per clima e per composizione dei terreni, come uno degli interpreti dei migliori bianchi italiani. Proprio per questo Vinibuoni d’Italia ha voluto declinare le migliori versioni di questo caleidoscopico vino bianco, che deroga in parte ai principi della guida, ma che essendo espressione tipica di una centenaria esperienza umana e culturale esprime identità e trova risorsa all’interno della diversità stilistica, intellettuale e biologica. 1070 le cantine selezionate in guida e oltre 4000 i vini recensitiI criteri di degustazione, che hanno portato a selezionare le aziende presenti in guida, hanno privilegiato i vini che si sono contraddistinti per freschezza, per fragranza, piacevolezza della beva e per la corrispondenza al vitigno e al territorio in cui si originano. 80 i Collaboratori - 21 Coordinatori regionaliLa Guida Vinibuoni d’Italia è curata da Mario Busso con la collaborazione di Luigi Cremona. Alla sua realizzazione hanno lavorato 21 commissioni regionali di degustazione con oltre 80 commissiari territoriali rappresentati da esperti sommelier e giornalisti di settore che per un anno si sono impegnati nel selezionare e proporre le le migliori cantine italiane che producono vini ottenuti al 100% da vitigni autoctoni.Ecco i coordinatori regionali:Claudia Moriondo - Stefano Fanti - Ornella Cordara - Riccardo Modesti - Cristina Burcheri - Paolo Ianna - Angelo Carrillo - Rosaria Benedetti - Laura Franchini - Antonio Paolini - Guido Ricciarelli - Andrea De Palma - Angelo Concas - Luciano Pignataro - Gianni De Bellis - Alma Torretta - Roger Sesto - Claudio Marafetti - Bernardo Pasquali - Aurora Endrici - Paola Borlatto. 18000 i vini degustati - oltre 3600 vini recensiti in guidaI vini degustati sono stati circa 18.000; di questi, oltre 4000 sono stati inseriti in guida, segno di un decisivo rigore nelle selezioni. Finali pubbliche aperte alla stampaLa sessione per l’assegnazione della corone si è svolta a Telese in provincia di Benevento. La finale, per garantire la massima trasparenza dei lavori - fatto unico in Italia - è stata aperta al pubblico, ai produttori e alla stampa. La guida sarà in libreria ai primi di novembre edazione Vinibuoni d’Italia 12043 Canale - Via Santo Stefano Roero 59 - tel. 0173 95699 - fax 0173 978303 e.mail: info@vinibuoniditalia.it - www.vinibuoni.it

Pubblico con piacere ...ho contribuito anch io a questo lavoro:)

World Wine Symposium a Cernobbio. Appunti da Sud

Le considerazioni di Luciano Pignataro dopo la partecipazione al World Wine Symposium di Cernobbio: agricoltura sana, maturità commerciale, specializzazione dei cru, marketing , comunicazione e associazionismo sono l'unica l'ancora di salvezza per il Sud



"Un po' la crisi, un po' qualche degustazione, un po' la Davos du Vin a Cernobbio. Tempo di bilanci, così per fare il punto di lavoro. Soprattutto in vista di un profondo cambiamento di visuale in arrivo e di cui avrete a breve notizia.

Il Sud, direi il Centro Sud con l'esclusione di parti della Toscana, è ancora assolutamente fuori dalla percezione comune e specialistica come zona di produzione di vino di pregio. Persino la Sicilia, di cui tanto si è parlato negli anni '90, non ha Superstar adeguate a rappresentarla in maniera immediata, franca, diretta. Non bisogna fare il giro del mondo per capirlo, basta chiedere ai grandi ristoranti della Penisola Sorrentina e della Versilia cosa vendono sopra i trenta euro e cosa sopra i 500 euro a bottiglia.L'unica novità italiana di questo decennio, peraltro contesa dall'Austria, è il Pinot Grigio di cui è letteralmente impazzito il mercato anglosassone per quei bisogni indotti dalla pubblicità che a noi ci portano a non poter fare a meno dell' hula hoop
Anzi, negli ultimi vent'anni, alcuni territori come Cile, Argentina, Austria, Nuova Zelanda, Oregon e Sud-Africa hanno messo la freccia e sorpassato il nostro Mezzogiorno.Questo non vuol dire che non sono stati fatti notevoli passi in avanti, ma solo che la velocità e la profondità di comunicazione non sono state adeguate al cambiamento enologico mondiale e alla crisi dei prezzi iniziata nel 2002. Basti pensare, a mò di esempio, che solo nel 1998 la Campania ha avuto il suo padiglione al Vinitaly, la Puglia nel 2003 mentre la Basilicata investe ancora nella Fiera del Levante consigliata evidentemente da chi vende stufe nel deserto e frigoriferi agli esquimesi.
In particolare, possiamo affermare con certezza che la qualità produttiva dei vini meridionali è ormai una caratteristica acquisita e diffusa in tutte le sue manifestazione aziendali, dalle realtà storiche a quelle nate con l'ultima vendemmia.
Il punto è che lo stesso miglioramento è avvenuto un po' ovunque grazie alla diffusione delle conoscenze agronomiche e in cantina che consentono di piantare viti anche in posizione non ottimali (Montalcino docet). Questo balzo qualitativo in avanti riguarda tutto il mondo del vino, ché fino ad una generazione fa persino Bordeaux, a parte i 15/20 chateau più importanti che fanno leggenda, aveva problemi di affermazione qualitativa.
Negli ultimi 20 anni è avvenuto però che alcune aree produttive hanno conquistato, o meglio, riconquistato il loro mercato di prossimità. Questo si è verificato anzitutto in Abruzzo, Umbria, Campania, Sicilia, poi in seconda battuta in Basilicata, Puglia e solo in parte in Calabria, ormai l'unica regione italiana dove non sempre si trovano carte dei vini con aziende di territorio così come avveniva all'inizio degli anni '90 (1990 non 1890) in tutto il Sud.
In questo movimento sul mercato di prossimità, la Campania ha avuto una spinta in più, assolutamente inconsapevole perché in realtà tutti gli sforzi enologici e mediatici erano concentrati sui rossi, grazie ai tre bianchi (Fiano, Greco e Falanghina) che hanno incrociato l'alleggerimento della cucina e la tradizionale gastronomia della Costa. Questa caratteristica ha consentito alle aziende campane di occupare anche altri mercati senza background produttivo come Roma (primo importatore di vini campani), Emilia Romagna e in parte Milano.
Il futuro (auspicabile ma al momento presunto) della Campania (e della Basilicata) sul mercato mondiale dello star system non potrà essere l'Aglianico perché le caratteristiche di questo vitigno non lo mettono in condizione di essere competitivo con i grandi uvaggi internazionali o con lo stesso nebbiolo. La forza dell'Aglianico sarà dunque quella di essere un grande vino di territorio da consumare con la cucina tradizionale o ben strutturata, un po' come il Lambrusco in Emilia Romagna, il Teroldego il Trentino, il Sangiovese in Toscana, il Montepulciano in Abruzzo, il Sagrantino in Umbria, il Gaglioppo in Calabria, il Negroamaro e il Primitivo in Puglia. Con molta probabilità, sarà la 2004 la prima annata che consentirà di passare dalla preistoria alla storia di questo vitigno. L'alternativa di consumo è annacquarlo con merlot, cabernet, primitivo: ma in questo caso sarà solo un buon vino e non potrà mai essere lontanamente paragonabile alle storie vere di altri territori tradizionali. Sulla diversità, più che sulla omologazione, potrà giocare le sue carte sull'export.Stesso discorso vale per gli altri vitigni meridionali, con la unica eccezione, a mio giudizio, dei blend etnei capaci di raggiungere quella finezza espressiva necessaria per poter essere compresi in ogni luogo senza tradire le proprie caratteristiche. Ma anche in questo caso bisognerà attendere la creazione della storia, nella speranza che l'Etna non finisca nerodavolizzato con l'introduzione della spalliera e delle barrique a gogò.

Inoltre il punto debole del Sud, oltre alla malaccorta gestione paesaggistica e della qualità ambientale del territorio da parte del ceto politico che è espressione miopica delle comunità che lo elegge, è l'assoluta incapacità di promuoversi fuori dal Sud perché la maggior parte delle aziende, direi la quasi totalità, ha una idea assolutamente confusa di cosa siano il mercato e la gastronomia moderna. è ancora il punto più alto di marketing di cui il produttore medio meridionale è capace perché non gira, non beve e non mangia fuori dal proprio territorio a meno che non sia scarrozzato gratis dal proprio assessorato regionale all'agricoltura. Capita così che si facciano spennare dagli imbonitori di turno che vendono acqua come pozione per far riscrescere i capelli mentre gli assessorati regionali fanno quasi esclusivamente animazione territoriale con putiputi e triccabballac, anch'essi spesso ripuliti dal funamboliere del momento. Credo che in tutto il Sud attualmente non sia stanziato un solo euro pubblico per la ricerca.Inoltre un altro punto debole, culturale, è che la maggior parte dei produttori preferisce mantenere il punto piuttosto che guardare alla convenienza. In poche parole, sembra incredibile, spesso siamo ancora di fronte a problemi di affermazione territoriale, a cosa ho fatto io e cosa hai fatto tu. Se c'è quello io non vengo. E, ancora una perla, io metto solo Fiano nel Fiano, io. Gli scienziati alle prese con il problema dell'anello mancante potrebbero cominciare da qui a risolvere l'enigma della banana è solo mia:-)
Come ha detto Angelo Gaja nel suo intervento a Cernobbio, Fiano e Greco, ma io penso anche la Falanghina, possono essere il vero petrolio enologico per la Campania come il rosato per la Puglia e la Calabria cirotana. A patto che non si producano bottiglie come se fossero buatte di pummarole da preparare in agosto e vendere a dicembre. Le caratteristiche di queste tipologie impongono serietà, specializzazione, nascita di cru e di annate riserva.A parte infatti che anche per il pomodoro si impone ormai un discorso di riqualificazione produttiva, il punto è che non si potrà mai creare fascino alle bottiglie di vino trattate come le bottiglie di acqua minerale. Bisogna dunque ripartire dall'agricoltura sana per capire cosa si mette in bottiglia e dalla maturità commerciale che fa grande un territorio in un mercato globale ormai davvero piccolo e dove l'offerta supera la domanda in maniera costante. Proprio come la massa di informazioni supera la capacità di ascolto.
Chi vivrà berrà. "

lunedì 2 novembre 2009

LA VENDEMMIA DEL PIEDIROSSO A CANTINE ASTRONI BY MONICA PISCITEELI



Vendemmia a Cantine Astroni: cosi' Vernazzaro studia sul Piedirosso
Ogni anno quando il pettirosso torna a posarsi sul muretto di fronte alla cantina, e le farfalle e le vespe a far banchetto tra gli acini dell’uva matura, Gerardo Vernazzaro si ritrova ad ammettere che hanno ragione loro, le analisi lo confermano: il Piedirosso è proprio pronto per essere raccolto. Il colpo d’occhio delle viti del Cratere Astroni dell'azienda vestite dei colori dell’autunno, illuminati dal riverbero di un sole pallido e spettinati da un venticello freddo che ha spazzato via nuvole e foschia, è stupefacente. Sabato mattina ho giocato a fare l'operaia agricola alle Cantine Astroni di Agnano. Vernazzaro, tra un grappolo e l’altro, mi racconta il nuovo progetto che riguarda questo fazzoletto di vigna e il Piedirosso, vitigno estremamente difficile la cui "puzzetta" ricorrente lui definisce impietosamente difetto. 900 bottiglie saranno realizzate l'uva raccolta e sgranellata a mano. Solo l’anno nuovo si potrà dire se Colle Rotondella, il Piedirosso base dell'azienda, ha un fratello maggiore, se i Campi Flegrei hanno una nuova Riserva oppure no. Intanto un contributo fattivo alla ricerca sul piu’ importante vitigno del napoletano sarà stato dato ed io, bene o ancor meglio, che vada, questo contributo lo vorrò proprio assaggiare. Racconto tutto questo sul sito di Luciano Pignataro

venerdì 30 ottobre 2009

OTTO PIATTI D'AUTORE PER AGLIANICO E AGLIANICO

Antonella Inadolo della Masschera di avellino, una degli otto chef

Battipaglia, 11-12 novembre. Otto piatti d'autore per Aglianico&Aglianico

Una super selezione di chef campani e lucani chiamati ad interpretare il territorio ed il proprio vino: l’Aglianico. Otto chef hanno creato piatti speciali da abbinare a tutto l’aglianico in degustazione.
Poker d’assi in cucina per le due serate. Si comincia mercoledì 11 novembrecon Angela Ciriello del famoso ristorante E’ Curti da poco trasferitosi da Sant’ Anastasia (Na) a Sorbo Serpico in Irpinia terra d’aglianico. Angelina prepara un classico della tradizione popolare, “‘O SICCHIE R’A MUNNEZZA”, realizzato con gli avanzi del pranzo della festa, soprattutto in periodo natalizio. Spaghetti con una deliziosa salsa a base di noci di Sorrento, frutta secca, capperi, olive e origano. Qui l’olio la fa da padrone, niente di meglio che un robusto e fresco Aglianico per ripulire il palato. Si rimane in Irpinia con Antonella Jandolo vivace chef de La Maschera di Avellino che presenta un piatto tutto autunnale: NERA PASTA E FAGIOLI CON FUNGHI PORCINI AL PROFUMO DI RAVECE, una preparazione tradizionale che utilizza fagioli neri e olio extra vergine da cultivar Ravece tipica dell’Irpinia. Abbinamento cibo – vino di territorio: ovviamente Aglianico. Ci spostiamo in Lucania, a Maratea (Pz) qui lo Chef del ristorante Il Sacello della Locanda delle Donne Monache, Nello Razzano, campano trapiantato, utilizza l’unico pesce della tradizione lucana terragna :il baccalà, per preparare la PASSATINA DI FAGIOLI DI SARCONE CON BOCCONCINO DI BACCALA’ E PIPI CRUSCHI DI SENISE. Un’esplosione di sapori tra il dolce dei peperoni ed il salato del baccalà in perfetto abbinamento con l’Aglianico del Vulture. Si chiude in bellezza con la Chef Contadina Giovanna Voria dell’Agriturismo Corbella di Cicerale nel cuore del Cilento. Giovanna utilizzando solo prodotti dell’Agriturismo, ha creato per l’occasione un piatto che richiede una paziente preparazione: SPEZZATINO MAGRO DI CINGHIALE IN GELATINA ALL’AGLIANICO AL PROFUMO DI MIRTO SELVATICO CON FIORI DI PEPERONCINO SU CREMA DI CECI DI CICERALE.
Giovedì 12Si sale alle stelle con lo Chef Paolo Barrale del Ristorante Marennà di Sorbo Serpico , Stella Michelin quest’anno. Il piatto preparato da Barrale è un inno all’aglianico e al territorio: GUANCETTA DI MANZO BRASATA ALL’AGLIANICO SU PUREA DI ZUCCA E LIQUIRIZIA, l’abbinamento con il Taurasi è d’obbligo.Da Sorbo Serpico si va nel Sannio, qui il giovane valente chef del Barry’s di Montesrchio (Bn) del Cristina Park Hotel, Angelo D’Amico si cimenta in una moderna interpretazione del vitellone bianco sannita, ispirata alla propria passione per la lavorazione del Quintoquarto: GUANCIA DI VITELLONE CON TORTELLO DI FEGATO E CIPOLLE. Sapori forti e succulenza della carne richiedono naturalmente l’Aglianico.La puntata in Lucania della serata vede protagonista Francesco Rizzuti Chef dell’Antica Osteria Marconi di Potenza che con la pasta di Gragnano (Na) realizza un grande piatto di tradizione della Terra dei Re, la Basilicata. PENNONI DI GRAGNANO CON AGNELLO, PECORINO DI MOLITERNO E SPUMA DI SEDANO. L’ agnello ed il Moliterno chiamano a gran voce l’Aglianico del Vulture. Si chiude con il Cilento della costa da Pisciotta, lo Chef del Ristorante Angiolina. Rinaldo Merola offre “il CAURARO” tipica ricetta cilentana, una deliziosa zuppa di alici e verdure dell’orto con il pane misto integrale di Vallo della Lucania.

Le degustazioni sono gratuite con prenotazione OBBLIGATORIA comunica@lafabbricadeisapori.it - 0828.630021
Ufficio Stampa Aglianico & Aglianico
Novella Talamo - "La Fabbrica dei Sapori..." 347.4689312 comunica@lafabbricadeisapori.it
Giulia Cannada Bartoli - "Officine Gourmet" 339.8789602 officinegourmet@gmail.com
lucianopignataro.com

CAMPANIA REDS A CIAO VINO .DEGUSTAZIONE IN INGLESE CON MANUELA PIANCASTELLI, KAREN PHILLIPS E VINCENZO DI MEO


giovedì 29 ottobre 2009


Enoteca Ciao Vino presenta Campania Reds: 5 vini rossi made in Campania, tra-dotti raccontati e degustati da Manuela Piancastelli, Karen Phillips e Vincenzo Di Meo in versione bilingue italiano-inglese.


L'appuntamento è per venerdi' 30 ottobre dalle 19,30 alle 21,00. E’ ormai indispensabile per i professionisti del vino come per gli enonauti più curiosi conoscere l’inglese per poter comunicare correttamente in occasione di fiere all’estero, viaggi o semplici contatti con turisti stranieri.

Non sono così frequenti le occasioni per acquisire un vocabolario specialistico e con Fabrizio Erbaggio, patron dell’Enoteca Ciao Vino e vice delegato Ais Napoli, l'Ais Napoli ha immaginato una serie di incontri ad hoc finalizzati ad approfondire la descrizione delle caratteristiche sensoriali del vino con termini appropriati.I vini in degustazione saranno: Aglianico, Marsigliese, Piedirosso, Casavecchia e Pallagrello nero e poi un succulento finale con le pizze di Stefano Pagliuca, le stuzzicherie di Ernesta Volo da Sciardac e i dolci di pastafrolla di Cinzia Dal Monte.
info e prenotazioni 081.3340961 • 081.5090425

4 NOVEMBRE , CENA AL BUIO UNICOC ALLE COLONNE DI ROSANNA MARZIALE


Rosanna Marziale all'opera


4 novembre 2009 Cena al buio UNICOC per i minorati della vista

Prima volta a Caserta per il progetto "Cena al buio", che
riunisce intorno a un tavolo commensali non vedenti e normodotati in una
iniziativa finalizzata alla promozione del volontariato U.N.I.Vo.C./ONLUS di
Caserta e, nello stesso tempo, alla creazione di pari opportunità tra tutti
i soggetti partecipanti. L'appuntamento rigorosamente su invito e a posti limitati è per mercoledì 4 novembre alle ore 20,00 presso il Ristorante "Le Colonne" in viale Douhet a Caserta per un
incontro al buio, in tutti i sensi, e che coinvolge tutti i sensi.
Il primo esperimento in provincia di Caserta risale al 2005 ad Aversa, al ristorante
Seho'. E grazie all'impegno dell'U.n.i.vo.C./onlus (Unione Nazionale
Italiana Volontari pro Ciechi) presieduta da Vincenzo del Piano su
presentazione del progetto "Cena al buio" al Csv (Centro Servizi
Volontariato) Asso-Voce di Caserta, l'iniziativa viene riproposta in due
serate, con un incontro gastronomico articolato in due tappe: martedì 3
novembre alle 20:00, presso l'Hotel del Sole in piazza Mazzini 27 ad Aversa
(sponsor della serata le Cantine Caputo di Teverola) e, appunto, mercoledì 4
novembre alle ore 20:00, nel capoluogo, presso il Ristorante "Le Colonne"
della famiglia Marziale in viale G. Douhet, 7/9 a Caserta.
Entrambi gli eventi, hanno lo scopo di promuovere il volontariato svolto dall'U.n.i.vo.C.
di Caserta a favore dei minorati della vista, con la realizzazione di
attività promozionali utili al miglioramento della qualità di vita, nonché
nell'offerta di servizi utili per l'abbattimento di tutte quelle barriere
architettoniche e non solo che limitano l'autonomia e la piena integrazione
di chi è privo della vista. Infatti, l'U.n.i.vo.C. oltre a far conoscere e
promuovere la propria essenza volontaristica, intende far sì che i
partecipanti agli eventi acquisiscano in merito alle diverse problematiche
dei non vedenti, una maggiore sensibilizzazione del fenomeno, sia per i
propri ruoli di responsabilità istituzionale e politica che sociale e
informativa. All'incontro gastronomico si partecipa, lasciando a casa
accendini, orologi col quadrante luminoso e cellulari: coppie e gruppi di
persone prenderanno posto a tavoli diversi in compagnia di commensali
sconosciuti in una sala completamente al buio dove saranno guidati ai loro
posti da camerieri non vedenti. Ci si dovrà avvalere di sensi abitualmente
poco utilizzati come il tatto, l'odorato e il gusto, oltre che dell'udito.
Il menu, infatti, confezionato a Caserta dalla chef Rosanna Marziale, sarà
top secret, ma saranno serviti piatti che prevedono l'utilizzo di prodotti
tipici locali. Singolare sarà appurare come sia difficile riconoscere i
sapori e gli ingredienti dei piatti senza vedere le pietanze. Allo stesso
tempo si sperimenterà un tipo di socializzazione del tutto diversa,
affrontando il buio non come un disagio, ma come una condizione di
diversità. Gli ospiti infatti si troveranno in una situazione in cui quello
che dei cinque sensi da più sicurezza, e cioè la vista, viene a mancare. E
nella condizione di buio forzato, il compiere un'azione quasi automatica,
come il mangiare, diventerà un'esperienza del tutto nuova e ricca di
sensazioni da sperimentrare. Il gusto, il tatto, l'olfatto e l'udito
troveranno lo spazio necesario per esaltarsi e divenire come una specie di
"terzo occhio". Il tutto con la presenza rassicurante non solo di chi serve
ai tavoli ma degli stessi non vedenti che partecipano in rappresentanza
dell'associazione (Angelo di Maio, Susanna Lenzone, Rosario Benenati,
Vincenzo Tartaglione, oltre ai dirigenti associativi), e che contribuiranno
all'interno della sala, a creare un'atmosfera intima e confidenziale,
favorita, peraltro, dal buio stesso. All'estero esistono già locali dove la
luce è bandita. Chi si trova a Parigi può provare l'esperienza della totale
oscurità al "Dans le noir" dove, da circa cinque anni, per il pranzo veloce
del mezzogiorno si offre anche un massaggio zen eseguito da operatrici non
vedenti. Ma il primo ristorante al buio al mondo ad aprire i battenti fu nel
1999 il "Blinde Kuh", ovvero la Vacca cieca di Zurigo. L'esperimento,
attuato a Caserta presso il ristorante "Le Colonne", è finalizzato a
realizzare un progetto che possa avere una continuità con ulteriori
appuntamenti tra non vedenti e normodotati.

mercoledì 28 ottobre 2009

SLOW FOOD IN PRIMA LINEA A DIFESA DELLA CALABRIA





Slow Food Calabria: allarme sulla questione ambientale


“Siamo vicini ai pescatori e agli agricoltori e appoggiamo l’impegno dell’Assessore Greco” I fiduciari Slow Food della Calabria, riuniti per definire il nuovo coordinamento regionale, intervengono sull’emergenza ambientale dichiarandosi allarmati e chiedendo notizie certe sulla situazione dell’intero territorio regionale: in particolare sulla questione Crotone con i rifiuti tossici della Pertusola, sulla questione della nave dei veleni al largo di Cetraro e le contaminazioni riscontrate sul territorio delle valli del Savuto e dell’Oliva, sulle diffuse situazioni di degrado ambientale a causa di depuratori inesistenti o mal funzionanti (vedi il caso sollevato a Motta S. Giovanni) e delle discariche (vedi il caso della discarica di Lamezia Terme). Il coordinamento regionale Slow Food Calabria
esprime la propria vicinanza ai cittadini, ai pescatori e agli agricoltori colpiti da gravi problemi economici dovuti alla comprensibile diffidenza del consumatore
esprime solidarietà e condivisione nei confronti dell’impegno dell’assessore regionale all’Ambiente Silvio Greco, apprezzandone il coraggio, la serietà e la professionalità nelle azioni di richiesta che sta portando avanti, scontrandosi contro il silenzio e l’inefficacia degli interventi del Governo centrale.
ricorda che le questioni evidenziate si inquadrano nel tema più globale del depauperamento delle risorse a livello planetario, ma che il caso Calabria è ancora più drammatico: a fronte di uno straordinario patrimonio paesaggistico ed agroalimentare, assistiamo da tempo ad azioni spregiudicate da parte di soggetti senza scrupoli che intervengono pesantemente sul territorio relegando la regione a ruolo di pattumiera e deposito di scorie, compromettendo la salute dei cittadini e le attività produttive.
Slow Food Calabria sarà vigile su questi temi e si adopererà affinché vengano tutelati i diritti dei produttori onesti che praticano la pesca e l’agricoltura secondo criteri di salvaguardia del patrimonio agroalimentare, del territorio e dei consumatori ribadendo la volontà di chiarezza su quanto sta avvenendo.Il presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese, sottoscrive le parole dei fiduciari di Slow Food Calabria e, nell'esprimere pieno appoggio di tutta l'associazione all'operato dell'Assessore Greco, annuncia: «La solidarietà di tutta l'associazione Slow Food va ai cittadini, ai pescatori e ai produttori agricoli onesti della Calabria. Ci impegniamo a fare quanto è nelle nostre possibilità per aiutarli a superare questo momento difficile e per mantenere accesi i riflettori sui problemi di questa regione. Concorderemo le iniziative più opportune assieme a Slow Food Calabria”.
Paola Nano Slow FoodCoordinatore Ufficio Stampa/Press Office CoordinatorVia della Mendicità Istruita, 1412042 BRA (Cn)Tel ++39 0172 419645Cell ++39 329 8321285E-mail http://www.lucianopignataro.it/p.nano@slowfood.it

LA PEZZOGNA AL SALE DI RAFFAELE BRACALE TRATTATO DI ITTIOLOGIA ENOGASTRONOMICA CON ABBINAMENTO VINO BY LUCIANO PIGNATARO



La mia pezzogna al sale


di Raffaele Bracale
Quando il pagello nuota nel Golfo di Napoli
Questa volta voglio illustrare ai miei affezionati ventiquattro lettori una mia particolare ricetta per servire un pesce gustoso qual è il pagello (a Napoli: pezzógna) di media o grossa taglia.Prima di passare ad illustrare la ricetta soffermiamoci un po’ a parlare del pesce protagonista di questa preparazione.Cominciamo con il dire che il pagello ( dal volgare *pagellu(m), dim. del classico. p(h)ager, che è dal gr. phágros, propr. 'pietra per affilare' in quanto la sua forma ovale ed appiattita richiama quella di talune pietre per affilare) è un gustoso pesce di mare dalle carni morbide e bianche, dal corpo ovale compresso lateralmente con testa corta, bocca e occhi grandi, di colore argenteo-scuro per quello di taglia medio-grande ( dai tre – quattro etti ai due chilogrammi) - di colore grigio - rossastro per quello di taglia medio-piccola (sino ai tre etti); è un pesce comune nel Mediterraneo (ord. Perciformi) però è conosciuto con molti altri nomi a seconda delle zone di pesca.1)besugo cosí in Liguria e zone limitrofe; la voce a margine (il cui etimo è sconosciuto) è usato nelle medesime zone come aggettivo nel significato di grullo, sciocco,idiota, deficiente.il pesce détto besugo è un pagello di taglia medio-grande che si lascia abbastanza facilmente pescare (e perciò forse si è meritato il nome di besugo= sciocco) ed è una delle specie piú ambite dagli appassionati di bolentino (s. m. lenza di nailon con piú ami e con un piombo all'estremità che si cala a mano da un'imbarcazione per effettuare la pesca di media e grande profondità sul fondo, pesca détta appunto pesca al bolentino); è un pesce non molto combattivo e dalle carni squisite; presenta il corpo ovale compresso lateralmente con testa corta, bocca e occhi grandi. Il colore é grigio sulla pancia e rosa sulla groppa, e presenta una macchia scura alla base della pinna pettorale che a volte non è evidente.Vive sia lungo le coste (soprattutto nelle scogliere dove trova cibo in abbondanza), ma anche in zone molto profonde con fondali accidentati e ricchi di anfratti. Preferisce acquartierarsi tra i relitti e soprattutto tra i 100 ed i 200 metri di profondità. Questo pesce à abitudini gregarie per cui una volta individuato un branco non è difficile fare numerose catture multiple. Raggiunge i 40/50 cm. di lunghezza ed un peso che può giungere ai due chilogrammi.2) lúvaro imperiale (pesce imperatore) cosí in Calabria e in talune zone costiere di Basilicata e Campania: si tratta di un pesce che va dalle taglie piccole (ma in tal caso è détto fragolino), sino a quelle medio-grandi (giunge ad oltre i cinque chili); è un pesce che à corpo compresso lateralmente, ovale, arrotondato nel lato frontale e rastremato all'estremità posteriore; è dotato di uno strettissimo peduncolo codale, su cui si trova una piccola chiglia dermica per lato, laterale e sporgente. Il corpo è ricoperto di squame piccole, soffici e caduche. La testa, arrotondata nella parte dorsale, discende in basso, dando al muso un profilo molto ripido;l'occhio è piccolissimo e ciò lo fa rapidamente distinguere tra i pagelli che l’ànno in genere molto sviluppato ( occhioni o occhialoni); Il muso è carenato e dall'estremità inferiore parte una cresta orizzontale sporgente che passa al disopra dell'occhio e termina nella parte alta dell'apertura branchiale; la bocca è molto piccola, orizzontale e situata in basso con mascelle prive di veri denti,sostituiti da una rugosità del palato.La pinna dorsale è unica ed è sposta nella metà posteriore del corpo simmetricamente a quell'anale. La pinna codale è ampia, semilunare, con i lobi divergenti, quasi verticali. Le pinne pettorali sono spatolate e lunghe ed aderiscono ai fianchi incastrandosi in una apposita depressione. Le ventrali sono ridotte a due raggi spinosi saldati insieme, tali da formare una placchetta triangolare, che copre una depressione del lato ventrale, dove è situata l'apertura anale.Il dorso è nero azzurro, i fianchi ed il ventre bianco argenteo. Il muso, la fronte, la bocca ed i lati della testa ànno sfumature rosse e rosa, maggiormente apprezzabili nei pesci di taglia medio-piccola détti fragolini appunto per il colore rosso-fragola della loro livrea. Nei pesci di taglia grande la pinna anale è bianca alla base per passare ad azzurro scuro verso il margine e l'estremità posteriore della pinna, mentrele pinne pettorali, i raggi della dorsale ed anale e la codale sono di colore rosso -scarlatto. I primi tre o quattro spazi interradiali della dorsale sono scarlatto come il primo dell'anale. Il resto della dorsale è di colore azzurro nerastro.È proprio questa particolarità del colore rosso scarlatto di pinne ed altre appendici di questo pesce ad offrire l’etimo alla voce lúvaro imperiale; lúvaro è dal lat. rubru(m)= rosso donde lúvaro con alternanza r/l della prima liquida, alternanza b/v e metatesi ru→ur mentre l’aggettivo imperiale è stato aggiunto per connotare l’imponenza e/o maestosità del proporsi di questo grosso e gustoso pagello noto pure, in tutto il Mediterraneo, col nome di pesce imperatore.3) occhione o occhialone altri nomi del pesce pagello in uso nel livornese; si tratta del medesimo pesce pagello di taglia medio-grande, descritto antea sotto il nome di besugo e, come quello è una delle specie piú ambite dagli appassionati di bolentino; in particolare l’occhione o occhialone è una varietà di pagello che à una macchia nerastra dietro l'opercolo e grandi occhi (da cui il nome) rossi (ord. Perciformi). Corpo allungato e compresso lateralmente, testa corta ed ottusa. Nei grossi esemplari è evidente una bozza frontale.Il muso è tondeggiante e la bocca, terminale inferiore, non molto grande. È dotato di denti piccoli e in serie fitte e strette che posteriormente sono modestamente molariforme.Gli occhi sono molto grandi (donde i nomi di occhione/occhialone)e negli esemplari in pescheria spesso sono estroflessi per rapido sbalzo di pressione durante la pesca in fondali profondi.À un'unica pinna dorsale, composta da 12 raggi spinosi nella prima metà, che si ripiega ad unghia in un apposito solco.L'anale à 3 raggi spinosi e 12 molli. Le pettorali sono falciformi e le ventrali toraciche con una sola spina. La colorazione è grigiastra che può tendere al giallastro o al rossastro, piú scura dorsalmente. Una macchia nerastra è presente all'inizio della linea laterale e un'altra, meno evidente, alla base della pinna pettoraleFrequenta nei mesi estivi fondali rocciosi intorno ai 30-50 metri. Normalmente si trova su fondali fangosi o a coralline anche a profondità notevoli (600m)Le forme giovanili di 10-15 cm nel periodo primaverile ed estivo si avvicinano molto alla costa.È un pesce che si raggruppa in branchi di individui della stessa taglia.Il periodo di maturità sessuale è all'inizio della primavera. Le uova sono galleggiantiÀ alimentazione carnivora. Gli adulti misurano tra i 30 e i 40 cm di lunghezza, ma possono raggiungere anche il mezzo metro. Ottima la carne.Comune nei mari d'Italia.Tralasciando ora di illustrare altri nomi regionali in uso in tutta la penisola per indicare il pagello in esame, (parago a Portoferraio – scazzatiedde a Taranto ed Otranto – chialà a Giulianova - molo, alboretto a Rimini – albaro bastardo a Venezia – basucu a Cagliari e mopu/mopa a Messina e Catania) veniamo finalmente a dire della pezzógna è il nome usato a Napoli ed adiacenze, oltre che in talune zone lucane ed a Molfetta per indicare un pesce che si pesca esclusivamente nel Mediterraneo basso ad una profondità maggiore dei 50m. Dalle altre parti, come ò già detto si chiama diversamente: con il generico nome di pagello, "besugo", ecc. ma comunque l’autentica pezzógna (non per campanilismo culinario!) è quella del golfo di Napoli o pescata al largo di Pozzuoli, Baia etc. Non bisogna confondere la carne della pezzógna con quella dei piccoli lúvari o fragolini: la pezzógna è sempre di taglia medio-grande e di colore argenteo scuro; per l’ottima qualità della sua carne, la pezzógna è ritenuto tra i migliori pesci esistenti alla pari con l'orata,la spigola, la cernia, il dentice, la ricciola etc. e da molti è ritenuta superiore a tutti questi pesci or ora elencati; per taluni è secondo solo al baccalà, ma a mio avviso il paragone non è proponibile in quanto la pezzógna è un pesce fresco, laddove il baccalà (ottimo soprattutto per la parte (groppa) détta mussillo!) è un pesce (nasello/merluzzo) eviscerato, salato e conservato.Come ò ricordato, questa pezzógna è l'obbiettivo principale del bolentino di profondità. La sua presenza è omogenea in tutto il Mediterraneo, Adriatico a parte. Predilige i fondali misti di roccia e fango a profondità comprese tra i 140 e 750 metri. Si nutre prevalentemente di piccoli crostacei e cefalopodi, ma non disdegna tutti i piccoli organismi presenti sul fondo ad alte profondità. Negli ultimi anni le profondità ottimali di pesca si sono stabilizzate tra i 350 e i 600 metri, a causa del prelievo indiscriminato con i palamiti di profondità a profondità inferiori. La pezzógna può arrivare a oltre 5 chilogrammi di peso, ma sono considerati grandi già gli esemplari che passano i 2 chilogrammi. Vive in fitti banchi.La pesca della pezzógna si effettua con canne abbastanza sensibili, in modo da avvertire súbito la beccata del pesce, per altro voracissimo;bisogna perciò usare ami ad alta penetrazione, con punta ad artiglio d'aquila; l'esca regina sono polpi e seppie, ma anche la sardina dà ottimi risultati. Si pesca tutto l'anno, con una diradazione considerevole delle catture nei mesi di febbraio e marzo, quando la pezzógna va in riproduzione.Questo pesce è particolarmente ricercato per l'eccezionale bontà delle sue carni. In Campania viene considerato, a ragion veduta,mi ripeto, uno dei pesci di maggior valore culinario.
Affrontiamo ora il problema etimologico del nomePremesso che la voce pezzógna è quasi del tutto ignota sia ai vocabolarî della lingua nazionale che a quelli dell’idioma partenopeo, il compito che m’ero assegnato di trovarne un plausibile e/o convincente e semanticamente apprezzabile etimo(senza trincerarmi dietro un pilatesco etimo ignoto) mi è costato molto lavoro e m’auguro che troverò un qualche consenso quando avrò esposto la mia idea.Come ò détto la voce pezzógna è quasi del tutto ignota sia ai vocabolarî della lingua nazionale che a quelli dell’idioma partenopeo; pensavo che mi potesse soccorrere il D.E.I., ma rimasi deluso: il compianto prof. Giovanni Alessio che nel D.E.I. curò – tra le altre – le voci sotto la lettera P registra sí una voce pezzogno ,ma - annotato che si tratta di un termine ittico -,non s’esprime circa l’etimo, in barba al fatto che il D.E.I. sia (o dovrebbe essere) un dizionario etimologico.Visto dunque che non ò trovato occorrenze per la voce in esame in nessun altro calepino in circolazione, mi son visto costretto a far da solo ed ò pensato che fosse cosa giusta, per formulare un’ ipotesi etimologica apprezzabile e semanticamente credibile, farsi guidare dal medesimo criterio seguíto nella formazione e/o spiegazione degli altri nomi con i quali si indica regionalmente il pagello: ò pensato cioè che si dovesse far riferimento ad una connotazione morfologica del pesce summenzionato, come avviene, se si esclude la voce ligure besugo (che non prende in considerazione una connotazione morfologica del pesce, ma un suo modo comportamentale: agire da sciocco con il lasciarsi facilmente catturare, abboccando rapidamente a gli ami), se si esclude la voce ligure besugo tutte le altre voci fanno riferimento ad una connotazione morfologica del pesce: lúvaro o fragolino =di colore rosso – pagaro=schiacciato - occhione/occhialone= dall’occhio grande etc.,mi è sembrato esatto per ciò che riguarda la voce pezzógna far riferimento ad una morfologia del pesce in esame e precisamente alla morfologia della sua pinna dorsale composta da 12 raggi a punta (a Napoli pizzo), che si ripiegano quasi a mo’ di artiglio o unghia (a Napoli ógna) di modo che m’è parso che nulla di strano ci sia stato se i pescatori partenopei,non scolarizzati, ma dotati di gran fantasia e nel cui àmbito nacque la voce in esame, colpiti dalla morfologia della gran pinna dorsale di questo pesce gli abbiano dato un nome che richiamasse appunto la forma di tale pinna a punte unghiate (in napoletano a pizzo (e) ógna→pizzógna donde per comodità di pronuncia (la e semimuta si pronuncia piú facilmente della i…) pezzógna.E qui penso finalmente di avere completato questa lunga, ma spero interessante ed esauriente, se non necessaria, premessa e di poter passare senz’ altri indugi alla vera e propria ricetta della mia pezzógna al saleIngredienti e dosi per 6 personeuna o due pezzógne per complessivi due chilogrammi,sale doppio alle erbette un chilogrammo,7 etti di pomidorini d’’o piennolo,1 bicchiere e mezzo di olio d’oliva e.v. p. s. a f.,4 spicchi d’agli mondati e tritati finemente,sale fino e pepe decorticato q.s.abbondantissimo trito di prezzemolo fresco lavato ed asciugatoprocedimentoApprontare innnanzi tutto il/i pesce/i per la cottura: eliminare occhi, branchie e pinne laterali, sbuzzare longitudinalmente il ventre ed eviscerare il/i pesce/i, eliminare con un netto taglio alla francese (lama poggiata a 45° e deciso taglio inferto spingendo verso l’esterno un’affilatissima lama)le parti della pancia troppo molli e ricche di spine, sciacquare abbondantemente il/i pesce/i, sotto acqua fredda corrente , poggiarlo/i aperto/i a libro su di un tagliere e sistemare in ognuno una cucchiaiata d’aglio mondato e tritato finemente; richiudere il/i pesce/i e sistemarlo/i nella placca del forno su di un letto fatto con mezzo chilo di sale grosso alle erbette e ricoprirlo/i con uno strato di altro mezzo chilo di sale grosso alle erbette; mandare in forno (180°) per circa un’ora. A cottura ultimata si formerà sui pesci una spessa crosta che, eliminata quando il pesce è ancora caldo, permetterà d’eliminare contemporaneamente pelle e squame e mettere a nudo la gustosa carne bianca della pezzógna; mentre il pesce è in cottura al forno, approntare un abbondante, ma leggero sughetto con pomidorini del piennolo, sughetto necessario e sufficiente per irrorare e presentare tutte le singoli porzioni di pezzógna al sale; ecco come procedere: porre in una pentolina tutto l’olio con due spicchi d’aglio mondato e tritato finemente, mandare a temperatura a fuoco vivo e quando tutti i pezzetti d’aglio saranno dorati, ma non bruciati aggiungere i pomidorini lavati, asciugati, privati di corone e piccioli ed incisi alla sommità ortogonalmente a croce: schiacciarne con una forchetta una parte, lasciandone alcuni non schiacciati per la guarnizione finale, salare e pepare ad libitum e portare a cottura il sughetto in circa venti primi.Tenere in caldo il sugo e dedicarsi alla porzionatura a caldo della/e pezzógna/e appena tirata/e fuori dal forno, staccando le croste e contemporaneamente eliminando pelle e squame; eliminare testa e lisca mettendo a nudo la gustosa carne bianca della pezzogna e porzionare il/i pesce/i, irrorando alla fine abbondantemente le porzioni con il sughetto tenuto in caldo e guarnendo ogni piatto con alcuni pomidorini cotti, ma non schiacciati ed abbondante trito di prezzemolo fresco. Servire in tavola quando il pesce è ancóra caldo accompagnandolo con patate in insalata o con una fresca insalata incappucciata condita all’agro con olio e.v. p. s. a f. sale doppio, aglio trito ed aceto di vino bianco.Vini: secchi e profumati bianchi campani freddi di frigo.Mangia Napoli, bbona salute! E scialàteve!

Ps: vi stupisco con gli effetti speciali dicendovi che la cottura al sale è quella che preferisco con i pesci da taglio appena pescati. A differenza di Raffaele manco l'olio voglio, tanto meno il limone perché il problema dell'acidità necessaria me lo risolve il vino. Quale? Esige in abbinamento bianchi assolutamente salati e aggressivi per cui la mia idea sono i Greco di Tufo di Centrella, Vadiaperti, Bambinuto, Colline del Sole oppure alcuni Lacryma Christi bianchi, direi quelli di Sylva Mala sopra tutti. NO a vini morbidi, peggio se fruttati al naso e con vocazioni dolci (l.p.)