mercoledì 9 febbraio 2011

Napoli, Osteria Da Tonino dal 1880. La storia della città con Tonino Canfora, l’oste pioniere dello show cooking low cost


28 gennaio 2011
Tonino Canfora Oste Scugnizzo con la quinta generazione, i figli Anna e Paolo
Via S. Teresa a Chiaia 47
Tel. 081. 421533
osteriadatonino@libero.it

Aperto: da lunedì alla domenica a pranzo h. 12,00 – 15,00
Venerdì e Sabato anche di sera ( consigliata la prenotazione)
Chiusi: dal lunedì al giovedì sera
Carte di credito e bancomat: si
Ferie: 2 settimane centrali in agosto

Via Santa Teresa a Chiaia si trova nel cuore della Napoli nobile di un tempo, quartiere “trendy” di oggi. Il suo nome deriva dal termine latino plaga, attraverso il catalano platja o il castigliano playa (che significa spiaggia), poi declinatosi in Chiaja per motivi linguistico-dialettali. Su alcune lapidi viarie del quartiere si nota ancora la dicitura Chiaja mentre su altre il quartiere è semplicemente Chiaia. L’attuale quartiere nasce nel XVI secolo, sviluppandosi come un borgo al di fuori delle mura della città.

Tonino al centro con il figlio Paolo a dx e il nipote Antonio a sx, sesta generazione (in fieri)
1860,la Riviera di Chiaia con la Villa reale e la spiaggia
La zona era ricca di giardini e caratterizzata da due strade principali: una costiera, l’attuale Riviera di Chiaia, e una più interna, detta il borgo di Chiaia. L’accesso era dalla Porta di Chiaia che sorgeva in prossimità dell’attuale via Santa Caterina. Il borgo era attraversato da un percorso costiero, l’attuale riviera di Chiaia, e uno interno (le attuali vico Belledonne, Via Santa Teresa, Piazzetta Ascensione, Vico Santa Maria in Portico).
La pianta del Duca di Noja (1775) evidenzia come il borgo continui ad espandersi parallelamente alla costa.  Dalla Riviera di Chiaia si dipartono verso l’interno le strade ortogonali di via Ascensione a Chiaia, via Santa Maria in Portico e via Giovanni Bausan. L’assetto originario muta radicalmente nella seconda metà del 1800, con la realizzazione di via dei Mille e del rione Amedeo, nell’ambito del Piano di Risanamento ed Ampliamento.
la Tavola del duca di Noja
Tutto il terreno posto per lungo tratto fra il mare e la collina del Vomero fu ornato da giardini, alberi e fontane. Le piattaforme viarie furono completamente cambiate nella seconda metà del 1800, quando attraverso una colmata a mare si avanzò la linea costiera creando Via Caracciolo.
prima della colmata a mare
Sulla destra di via Caracciolo c’erano gli stabilimenti balneari, di fronte alla Cassa Armonica della Villa,
la Cassa Armonica com'èra
fu costruito un elegante stabilimento, il “Vittoria”, dove si organizzavano eleganti feste, e lo stesso accadeva al “Risorgimento”, costruito dall’imprenditore Gennaro Limongelli alla Rotonda di via Caracciolo e frequentato dal tenore Enrico Caruso.
Enrico Caruso
Il cantante inizialmente incompreso in patria, incise, a Milano l’11 aprile del 1902 dieci dischi con arie d’opera per conto della casa discografica inglese Gramophone & Typewriter Company. Nel 1920, durante la rappresentazione di Pagliacci, ebbe un calo di voce, tre giorni dopo, mentre cantava L’elisir d’amore, perse sangue dalla bocca e fu costretto a sospendere la recita. Venne operato il 30 dicembre al polmone sinistro. Trascorse la convalescenza in Italia, a Sorrento; dopo una lieve ripresa ebbe una ricaduta e non poté finire il viaggio verso Roma per subire un nuovo intervento chirurgico: il male lo fermò in una delle stanze dell’albergo Vesuvio a Napoli dove morì a soli 48 anni.
l'hotel Vesuvio. Oggi il ristorante prende il nome dal famoso tenore
A pochi metri di distanza dalla cappella dove riposa Enrico Caruso, c’è la tomba del Principe De Curtis, Totò. Sia Sorrento che Napoli ricordano Enrico Caruso, rispettivamente con un Hotel ed un noto ristorante.  Tonino Canfora mi parla delle storie che gli raccontava il papà Vincenzo: quando Caruso, aveva finito di cantare, si fermava a comprare due soldi di pasta e fagioli. Dal 1861 la lira era frazionata in centesimi, il soldo valeva un ventesimo della lira cioè circa 5 centesimi.
In realtà il soldo, come unità, non esisteva più, ma nei ricordi e nel quotidiano degli anziani continuava ad essere soldo, così come oggi, qualcuno tra i nostri nonni si esprime in lire, piuttosto che in euro.Nel quartiere Chaia oggi sorgono la Villa Comunale di Napoli (ex Villa Reale voluta da Ferdinando IV nel 1780) con la meravigliosa Cassa Armonica in ghisa decorata con vetri colorati, ancora oggi sede di concerti e spettacoli, l’acquario (il secondo più antico d’Europa), o meglio, la stazione zoologica Anton Dohrn e la Casina Pompeiana, oltre a varie statue una gran quantità di fontane Ai lati della villa, sopravvivono alcuni storici chioschi, sopravvissuti al rimodernamento del 1999 e tanta vegetazione con piante e alberi di forte interesse botanico. In pratica, la strada originariamente si apriva sulla spiaggia del litorale di Napoli, oggi invece costeggia il lato interno, mentre la via che la fiancheggia dall’esterno, via Caracciolo, è stata appunto creata sulla colmata a mare del 1869.
la Riviera di Chiaia oggi, sulla sinistra oltre la villa, c'è Via Caracciolo
La vita del litorale era quella delle famiglie di pescatori, le case erano a livello strada, insieme ai “malazeni” ricoveri per le barche in inverno. Qui in questo periodo sono nate tante antiche ricette della cucina marinara napoletana tra cui i “tubetti alla Chiaiese”, piatto caldo che le donne preparavano ai mariti dopo una giornata di pesca. A conclusione dei lavori, sulla colmata vennero realizzati il nuovo Borgo Santa Lucia e Via Partenope. Quando nel settembre del 1884 scoppiò il colera a Napoli mietendo numerose vittime, per la prima volta si andò delineando la possibilità di un intervento governativo che risolvesse gli antichi mali della città. Si giunse alla legge per il “Risanamento” emanata il 15 gennaio 1885 voluta dal sindaco di Napoli, Nicola Amore. Lo scopo principale era quello di bonificare i “quartieri bassi” a ridosso della zona portuale, di S. Lucia,
gli effetti della colmata a mare a Santa Lucia
la zona subì la triste sorte dell’interramento con la cortina di case che, non solo soffocarono lo sbocco al mare dei pescatori “luciani”, ma, celarono tutte le cavità sino al Chiatamone, utilizzate oggi come autorimesse. L’intervento di “pubblica utilità” fu del tutto aleatorio poiché su pressione delle Società Immobiliari, tutte dell’Italia Settentrionale, fu stravolta tutta l’esecuzione dell’opera e divenne, di fatto, una pura operazione di speculazione edilizia. Altro vanto del quartiere è la Stazione zoologica fondata nel 1872 dal naturalista e zoologo tedesco Anton Dohrn,
Anton Dohrn
nato a Stettino 1840 e laureato a Berlino in Scienze Naturali, per la conoscenza e lo studio della flora e della fauna del mare, che rappresentò ben presto una delle più autorevoli Istituzioni scientifiche cittadine, affiancando il Real Orto Botanico a Foria e l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte. L’Acquario di Napoli con annessa Stazione zoologica divenne un Centro Mondiale di studio della Biologia marina, il primo al mondo.
L'Acquario sul mare
Dopo aver visitato un acquario recentemente aperto a Berlino, il lungimirante Dohrn pensò che aprire a Napoli un acquario a pagamento avrebbe garantito al laboratorio abbastanza soldi da pagare il salario ad un assistente permanente. Napoli, con una popolazione di 500.000 abitanti, era una delle più grandi ed attraenti città d’Europa, ed aveva anche un considerevole flusso di turisti, potenziali visitatori dell’acquario. Dohrn riuscì a vincere i dubbi delle autorità cittadine e ottenne gratuitamente un piccolo terreno sulla riva del mare, nella Villa Comunale, a condizione di costruire la Stazione Zoologica a sue spese. Dohrn aprì la Stazione agli scienziati in visita nel settembre del 1873, e al pubblico generale nel gennaio del 1874. Quando Anton Dohrn morì, a Monaco di Baviera nel 1909, più di 2.200 scienziati dall’Europa e dagli Stati Uniti avevano lavorato a Napoli.
la stampa dell'acquario conservata da Tonino Canfora in osteria
Torniamo a Chiaia, il quartiere oggi è uno dei più eleganti ed esclusivi della città: via dei Mille, piazza dei Martiri, via Calabritto, via Chiaia, piazza San Pasquale, ospitano negozi importanti e i prezzi degli immobili sono alle stelle, accessibili solo ai Signori napoletani proprietari da sempre ed ai “nuovi ricchi”, quelli che pagano subito ed in contanti.
Piazza dei Martiri e Largo Santa Caterina a Chiaia
La Riviera di Chiaia, antico lungomare della città prima della costruzione di via Caracciolo, è costeggiata da splendidi palazzi nobiliari, tra i quali si distingue la Villa Pignatelli, fatta costruire in stile neoclassico da Sir Ferdinand Acton tra gli anni 1826 e 1830 e oggi sede del Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortes,
Villa Pignatelli
con un bellissimo parco, meta di “tate” e bambini del quartiere. Dall’angolo di via Santa Teresa, proprio dove c’è l’ultra centenaria osteria della famiglia Canfora, risalendo via San Pasquale a Chiaia, si raggiunge via dei Mille – con i suoi prolungamenti via Vittoria Colonna, a monte, e via Filangieri a valle.  Queste strade furono aperte a cavallo tra il 1800 e il 1900, con la costruzione di interessanti edifici eclettici e liberty, opera di architetti di grido dell’epoca. Al civico 66, il settecentesco palazzo Carafa di Roccella (oggi sede del museo d’arte moderna PAN), fu mutilato a fine ‘800 dall’apertura di via dei Mille, collocato nel borgo di Chiaja, al di fuori delle mura cittadine, questo palazzo esisteva già nel Seicento, quando era poco più di una masseria di campagna.
Palazzo Roccella
Nel 1885 l’apertura di via dei Mille tagliò in due la tenuta, richiedendo l’abbattimento di alcuni locali e isolando gli edifici minori e le botteghe in affitto che si trovavano dall’altra parte della strada. Poco più avanti, nella laterale via S.Pasquale, ha sede il Teatro Sancarluccio, sala storica nel panorama del teatro d’avanguardia napoletano, nata nei primi anni ‘70.
il Teatro Sancarluccio
Risalendo invece sul lato sinistro, rispetto all’osteria, lungo via Mariano D’Ayala, si arriva alla Chiesa di Santa Teresa a Chiaia, in Via Vittoria Colonna,
Santa Teresa a Chiaia
dove, a pochi isolati, vissero il grande meridionalista Giustino Fortunato (Rionero in Vulture 1848 – Napoli 1932)
il meridionalista Giustino Fortunato
e l’attore e commediografo Edoardo Scarpetta nato a Napoli nel 1853, trentenne di belle speranze e cliente dell’osteria dei Canfora di quegli anni.
Eduardo Scarpetta
Grazie alle grandi firme che hanno impiantato negozi nella zona e principalmente fra Piazza dei Martiri e di Via Carlo Poerio, Chiaia è diventato uno dei principali centri per lo shopping di alto livello in Italia e raccoglie vetrine delle più rinomate firme mondiali, tra i quali, alcuni dei negozi storici dell’alto artigianato in città, come il famoso atelier di cravatte “Marinella” i cui titolari sono affezionati clienti dell’osteria di Tonino Canfora.
le cravatte di Marinella, Napoli nel mondo
Il quartiere Chiaia non è solo moda e shopping, qui, a pochi passi dall’Osteria Da Tonino, sorgono due scuole storiche della città dove sono passate generazioni di napoletani (anch’ io:)).  Le scuole elementari “Edmondo de Amicis” e Teresa Ravaschieri, divise da un ampio cortile, teatro di giochi, lacrime e attese di genitori.
le scuole elementari De Amicis Ravaschieri oggi
Teresa Ravaschieri, figlia del generale Carlo Filangieri e nipote del grande illuminista Gaetano, è la più celebre filantropa napoletana del secondo Ottocento. Fondò importanti istituti di assistenza e ottenne cariche e riconoscimenti pubblici inconsueti per una donna del suo tempo (1826 – 1903). Nel 1879 iniziò a lavorare al suo progetto più ambizioso, nel quale – col consenso del marito – impiegò parte della sua dote: l’ospedale per malattie infantili intitolato al nome della figlia Lina, scomparsa adolescente nel 1861. L’ospedale fu inaugurato nel 1903, anno della sua scomparsa, è stato attivo fino agli anni ’70, quando è stato assorbito dal complesso pediatrico Pausillipon – Santobono. L’ospedale Lina Ravaschieri si trovava a Piazzetta Croce Rossa, dove sono rimasti gli uffici amministrativi e l’officina ortopedica. Guarda caso anche la famiglia Canfora abitava in questa zona, Tonino, magnifico oste ottantenne di quarta generazione è nato a pochi passi da qui. La famiglia Canfora e con loro l’osteria, ha vissuto i suoi 130 anni di pari passo con la storia di Napoli. Semidistrutta dai bombardamenti inglesi tra il 1940 ed il 1941, da quelli americani tra il 1942 ed il 1943, ed, infine da quelli tedeschi tra il 1943 ed il 1945. “ Nel quartiere, mi racconta Tonino, che aveva allora circa 10 anni, non avevamo ricoveri, si correva sotto il tunnel della “direttissima” in Piazza Amedeo, la ferrovia Roma – Napoli via Formia, detta anche Direttissima Roma – Napoli, completata nel 1927”.
Piazza Amedeo anni '40
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, i tedeschi occuparono la città il 12 settembre 1943 e si insediarono soprattutto nella zona di Via Carducci, a due passi dall’Osteria di Tonino. Presto cominciarono le rivolte dei napoletani contro l’occupazione e il colonnello Scholl il 12 settembre 1943 fece affiggere un famoso manifesto con cui proclamava lo stato d’assedio in città. Questa fu la scintilla che fece esplodere la rivolta generalizzata. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista: in quattro famose giornate, la folla insorse contro i tedeschi permettendo così, pochi giorni dopo agli anglo-americani di poter giungere in città e occuparla già libera, senza perdite, e proseguire verso Roma.
le 4 Giornate di Napoli
Alla fine della guerra, quando si trattò di votare il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, Napoli si schierò seppur di misura in favore della prima. Pochi giorni dopo, fu Enrico De Nicola, napoletano, ad essere eletto primo presidente della Repubblica. Sin qui la storia del quartiere dei Canfora, adesso passiamo alla narrazione della storia familiare e della nascita dell’osteria, nella stessa strada, nello stesso luogo, da oltre un secolo.
Osteria da Tonino , lo stesso indirizzo da 130 anni
I fatti cominciano da Antonio Canfora, bisnonno di Tonino che, nel 1880 apre l’osteria di cucina napoletana verace: pasta e fagioli, pasta e ceci, verza e riso, maccheroni al pomodoro. La clientela non era tanta, in quegli anni non si usava mangiare fuori casa. Ad Antonio Canfora, succede l’omonimo Antonio, il nonno di Tonino, nei primi anni ’20 arriva Vincenzo, il papà di Tonino che, purtroppo lascerà presto la famiglia, muore nel 1959.
anni '50 Tonino con papà Vincenzo nella seconda saletta del locale non ancora adibita ad osteria
Tonino, 28 anni, succede al padre, insieme all’inseparabile mogliettina Vincenza, da lui affettuosamente chiamata Nina. La fidanzata è di Maiori in costiera, il matrimonio avviene in pompa magna nella chiesa madre di Maiori il 31 ottobre del 1954, (a Tonino brillano gli occhi mentre lo racconta). Dal matrimonio nascono cinque figli, gli ultimi due Paolo e Anna hanno, in effetti, rilevato la gestione del locale, ma, “’o mast’’festa” è Tonino, senza di lui non si cantano messe.
Tonino, l' Oste dell'Allegria in sala
Ottantenne d’assalto, Tonino  sta in pace con il Signore e scherza con tutti. Mi “conta” qualche “fattariello” delle persone e dei negozi degli anni andati: Anton Dohrn, il professore della Stazione Zoologica, impazziva per la zuppa di soffritto, tanto da mandarla anche agli amici in Germania. La nota merceria a pochi passi dal locale, in tempo di guerra era un “basso”, ci abitavano 12 persone, al posto della nota tabaccheria di Via San Pasquale, c’era la Cavalleggeri d’Aosta che si estendeva fino all’attuale via Carducci, allora inesistente. Poco più in là, al posto di un attuale hotel quattro stelle c’era una delle prime rivendite di automobili e in piazza san Pasquale c’èra una fabbrica di legname. Poi i due cinema di quartiere che oggi non ci sono più: il cinema – Teatro Alhambra in via Nisco, gestito dal noto impresario Francesco Caccavale classe 1938 e, poco distante il piccolo ed elegante cinema Corona. Da ragazzo – continua Tonino – stavamo già bene, abitavamo in Piazzetta della Croce Rossa e papà mi faceva venire il maestro in casa. Dopo qualche tempo, il maestro disse a Don Vincenzo: “Signor Canfora nun spennite sorde,’o uaglione è intelligente, sarà nu ‘bbuono commerciante”. Così a 13 anni, nel 1944, Tonino affianca il padre e comincia ad imparare il mestiere. Dieci anni dopo, sposa Nina che si occuperà della cucina fino al 1941. Sì, perché dal ’41 al ’79 l’osteria chiude e si trasforma in bottiglieria, cantina e mescita, dove gli uomini andavano a bere e giocare a carte, si portavano la “marenna” o sgranocchiavano taralli e uova sode per non ubriacarsi. Si beveva vino del Vesuvio, Marsala e Vermut venduti con il “decimo”, si vendeva il vino di Orvieto, di Cecchi e Ruffino nei fiaschi. Il locale non è molto cambiato in 130 anni, le travi di legno e le putrelle di ferro del soffitto sono le stesse.
Travi e putrelle del 1880
Il pavimento in mosaico di marmo artigianale ha almeno 60 anni, in dialetto, “ ‘o bolluttunato”, non se ne fanno più così. L’interno è tutto in legno, le pareti sono tappezzate di vecchie foto, dediche, schizzi di artisti famosi come il tedesco Max Neumann,
lo schizzo di Max Neumann artista tedesco fatto per Tonino
vecchi ricordi, come un incredibile Tonino “uguale” ad Alain Delon e un irriconoscibile Luciano Ferrara, noto fotografo napoletano.
incredibile ma vero: Tonino Canfora e il fotografo napoletano Luciano Ferrara, solo qualche anno fa:)
Il bancone è un capolavoro, memoria del passato, legno e marmo, manca, e forse si rimpiange la mescita del vino da osteria, oggi rimpiazzata da bottiglioni dei castelli romani.
Paolo Canfora allo storico bancone di oltre 60 anni, legno e marmo
In compenso, il figlio di Tonino, Paolo, qui da 30 anni, si destreggia tra cassa, sala, e macchinetta del caffè. Tavoli e sedie, per circa 50 coperti, sono in legno verniciato, anni ’50, tovaglie lavabili a quadri in marrone, ma, – mi dice Tonino – appena le trovo, metto quelle che piacciono a me: bianche e rosse a quadretti. Deliziose le stoviglie, piatti di porcellana stile Ginori anni ’50
i piatti stile Ginori anni '50
e bicchieri da osteria di nuova generazione, quelli con il gambo, le posate sono quelle di famiglia con tanto di coltello con seghetto e manico in plastica. In alto sulle mensole, adocchio tante bottiglie conosciute di vino campano con tanto di bicchieri professionali. Qui la clientela è gente “di lusso” e al tempo stesso semplice, preferisce Tonino al ristorante gourmet. Non si contano i clienti abituali, chi da trenta, chi da quaranta, chi persino da cinquant’anni, o, quelli che ritornano dopo tanti anni e immancabilmente chiedono a Tonino: “ mi riconoscete?” E lui: come no, site tale e quale”.  L’approccio di Tonino è sempre uguale, proprio della sua natura: l’oste “scugnizzo”, ha una battuta o una frase spiritosa per tutti, sapendo bene dove può scherzare e dove deve stare a posto suo.  La vita è breve, non serve esser di cattivo umore.
l'Oste filosofo della vita
La religiosità tutta napoletana, fatta di rapporti personali e personalizzati con i santi è nell’aria: all’ingresso, nella prima saletta, in alto, vicino alla storica insegna del falegname Lopez e, confusa tra le bottiglie di vino, l’immagine di una dolce Madonnina,
in alto, la Madonnina, starà pensando: " vire 'a chesta, ma pecchè nun se cucina 'a casa soia" ah Gesù!
nella seconda stanza dove si affaccia la cucina, troneggia in alto, protetta da una campana di vetro, un’altra statuetta: San Pasquale Baylon…
San Pasquale Baylonne, protettore delle donne”
protettore delle donne
deh, trovatemi un marito
bianco, rosso e colorito
ma di certo: a voi uguale
o glorioso San Pasquale. »
Il santo spagnolo non era considerato solo il protettore delle zitelle, ma anche di tutte quelle donne che a lui si rivolgevano a causa dei mariti, che non assolvevano i loro doveri coniugali. La leggenda racconta che una di queste donne, dopo averlo pregato, ebbe in visione o in sogno il santo che le dettò una ricetta per un liquore che avrebbe vinto la mancanza di desiderio del marito: il liquore che ne uscì, a base di uova e vino marsalato, fu chiamato, in onore del santo, il “San Bayon”, da cui si ritiene derivi il nome di “zabaione”.
San Pasquale Baylon , protettore delle donne e dei cuochi
Dicevamo della cucina, meglio cucinina, davvero un buco dove Anna l’ultima figlia di Tonino, ai fornelli da cinque anni compie i suoi miracoli napoletani. Fino a cinque anni fa c’èra l’adorata Nina al focolare,
la poesia che Tonino ha scritto per la moglie Nina
dove per tanto tempo c’è stata una bellissima maiolica, ora esposta in sala, raffigurante Sant’Antonio Abate protettore degli animali e, si dice dei cuochi.
la majolica di Sant'Antonio Abate
Tonino e Nina portano da trent’anni un nick name : J.R. e Sue Ellen, o meglio, Geiàr e Suellen, sì, perché, come in ogni osteria che si rispetti c’è sempre la tv accesa. Il televisore era acceso anche un giorno, agli inizi degli anni ’80, quando andò in onda la prima puntata dell’interminabile serial – soap “Dallas”.
J.R. e Sue Ellen, gli originali:)
Da quel giorno Tonino e Nina hanno perso i loro nomi, quando Nina, circa cinque anni fa si è ritirata, è subentrata ai fornelli la figlia Anna, immediatamente soprannominata “Suellina”, la piccola Suellen.
Anna, "Suellina" nel suo piccolo ranch
Tonino – Geiàr, adesso torna a mangiare a casa, a pochi passi dal locale, quasi tutti i giorni: “ vado a casa, oggi mia moglie mi ha fatto gli spaghetti con la zuppa forte”, tanto in osteria c’è la quinta generazione , Paolo e Anna, qualche volta arriva anche Antonio jr, figlio di Paolo, a dare una mano dopo l’università. L’atmosfera è garbatamente teatrale, il dialetto napoletano è signorile, mai sguaiato: “Signori si nasce e io lo nacqui” avrebbe detto il grande Totò. Tonino si aggira tra tavoli e cucina con il suo “aperitivo”, una bottiglina di minerale frizzante con un po’ di vino bianco. Le danze si aprono verso le 12,00 quando arrivano i primi clienti per l’asporto che funziona a go go, o in persona o per telefono con consegna a domicilio, il costo è lo stesso, meno il prezzo del coperto.
prima del caos...
Una benedizione per le signore del quartiere che non hanno tempo, o voglia di cucinare. Le ordinazioni si fanno sulla fotocopia del menù del giorno. Quando un piatto finisce, viene cancellato dalla lista : “Chi tardi arriva, male alloggia”. La spesa si fa ogni giorno ed è compito un po’ di tutti, compresa la moglie di Paolo, Rossella, che non è in forza all’osteria, ma in pratica è sempre qui. Verdure e frutta arrivano da Chiaia e Fuorigrotta, il pane da Frattamaggiore, carne e pesce in zona, baccalà dal mercatino di Santa Maria in Portico, pasta di ottima marca, ogni due giorni gnocchi fatti in casa. I latticini sono ovviamente di Agerola. La clientela è numerosa e varia, tutta la crème del quartiere, o di altre zone bene della città, qualche passante e tanti turisti, l’osteria vanta tante recensioni su guide straniere, tra tutte quella della londinese Time Out che la considera come “the best place in town”. Del resto, anche i nostri critici gastronomici qui sono di casa, le loro recensioni figurano in bella mostra alle pareti e all’ingresso sul vetro ci sono i loghi delle guide più note. La giornata di lavoro comincia presto, il primo ad arrivare è Tonino, senza problemi si occupa delle pulizie, – tutto deve essere lindo e pinto – mi dice, mentre ripassa a mano i bicchieri con il tovagliolo per lucidarli. Dopo un po’ arriva Paolo con i sacchi di pane fresco da tagliare,
i compiti della mattina, si taglia il pane
il pane raffermo spetta a Tonino , lo prepara per abbinarlo alle zuppe di legumi o, alla zuppa di soffritto che in zona è un mito perché la prepara Nina in casa e tutti i commercianti della zona ne vanno pazzi. In questa zona del quartiere Chiaia, soprattutto in alcune ore del giorno, sembra che il tempo si sia fermato, le auto sono poche, la gente per strada si conosce, si saluta, ci sono ancora i negozi di quartiere, verdumaio, salumeria, bancarella del fioraio, merceria, il banco lotto, cartoleria, bar, edicola, una dimensione lenta e umana. Dicevamo del menù del giorno, si decide in famiglia dalla sera alla mattina, la scelta dei primi è tra cinque o sei piatti, sempre un paio di zuppe, una minestra e pasta. La lista è più o meno sterminata: pasta e fagioli, ceci, lenticchie, piselli, minestrone con riso,
riso e minestrone
zuppa di patate e piselli, immancabili ragù e genovese, pasta al pomodoro fresco, pasta e patate, pasta e zucca, arrabbiata, puttanesca, gnocchi alla sorrentina, pasta al forno la domenica e lasagna a carnevale.
ziti al ragù
Più ampio l’assortimento quotidiano dei secondi, circa una decina di possibilità : spezzatino con i piselli, con i funghi o con le patate, favoloso baccalà alla siciliana,
baccalà alla siciliana, fritto e poi in cassuola
scaloppine ai funghi, indimenticabili provola o carne alla pizzaiola,
Provola alla pizzaiola, un sogno
i ricordi mi si affollano in testa, profumi di casa mia e di mia nonna, il pezzo di carne giusto, la punta di natica, il cd. triangolo, i pomodorini del “piennolo” insomma, una poesia.
punta di natica alla pizzaiola, fatta a mestiere
Ancora salsiccia al forno o al ragù con friarielli,
salsiccia al ragù
imperdibile e napoletanissima braciola di vitellone al ragù, con tanto di passi e pinoli, polpette al ragù o fritte,
polpette al ragù in cottura
pollo al forno con patate, pesce bandiera, alici fritte o, in tortiera. Turnazione tipicamente “mangiafoglie” per i contorni, zucchine alla scapece, parmigiana di melanzane, peperoni in padella o, arrostiti, insalata di cavolo, verdure alla brace, friarielli, verdure lesse.
friarielli a regola d'arte
Frutta fresca di stagione sempre disponibile, i dessert, disponibili solo nel fine settimana, vengono da mamma Nina: crostata e strudel di mele, ricotta e pera, torta di castagne e pastiera. Per il vino, dicevamo, si può scegliere tra l’onesto, ma meno tipico, sfuso dei castelli o buone bottiglie campane proposte a prezzi più che onesti. Ottimo il caffè espresso fatto da Paolo, se poi avete voglia di fare due, ma proprio due passi, lo storico bar Moccia vi aspetta per dolcetto e caffè, in verità, ai due passi, preferisco l’allegria di Tonino e della sua meravigliosa famiglia.
eccoli qui, cinque generazioni al lavoro, 130 anni di fatica in allegria
Con Paolo e Anna, siamo a cinque generazioni.  Anna, per Tonino affettuosamente “Nannina”, è la più piccola dei cinque figli, meno di quarant’anni, pare ‘na uagliuncella, occhi color del mare, sorriso contagioso, arriva ogni mattina affannata verso le dieci: “Scusate ho fatto tardi, ho quattro bambini, la casa e la spesa per mamma da fare”, sorride, poi si chiude nel suo piccolo regno e si trasforma in Anna dei miracoli :)
Ah! Il quid, dai 12 ai 15 euro incluso coperto, acqua, vino della casa, frutta e caffè, il conto è sulla fiducia ( si fa per dire, Tonino è attento a tutto) si va alla cassa e si dice cosa si è ordinato. Nel fine settimana di sera basta aggiungere un euro al costo dei singoli piatti, non arriverete a 20 e, comunque, ne avrete guadagnato in: salute, buonumore e autentica verace, perfomance di cucina napoletana con 130 anni di storia, altro che show cooking,
show cooking:)
senza offesa eh?

Bagnoli, da Umberto Tavola Calda: 60 anni di cucina napoletana verace, dal boom economico al low cost

Bagnoli, da Umberto Tavola Calda: 60 anni di cucina napoletana verace, dal boom economico al low cost

21 gennaio 2011
al centro Umberto Monaco con i figli Giuseppe a sx e Pasquale a dx
Tavola Calda Da Umberto dal 1959
Via di Pozzuoli 16 – 18
Bagnoli – Napoli
Tel.081.5707040
Aperto: dal lunedì al venerdì 7,00 – 18,00 non stop
Sabato: 7,00 – 24,00 non stop
Chiuso: domenica
Ferie: settimana di Ferragosto
Carte credito: no – ticket restaurant: si

Piazza Bagnoli e Via di Pozzuoli, old times
Siamo nel cuore di Bagnoli, ampio quartiere a nord ovest di Napoli, confinante con Fuorigrotta e Posillipo da un lato e con il comune di Pozzuoli dall’altro. È dunque, a pieno titolo parte dei Campi Flegrei.  L’etimologia della parola Bagnoli è “luogo di bagni”. Bagnoli ha sempre avuto una vocazione balneare, poi venne l’Ilva (industria lavorazione vergella e affini, ovvero di barre di acciaio semilavorato, comunemente a sezione circolare, avvolta in matasse ottenuta per laminatura a caldo) e in seguito, nasce l’Italsider (Italia siderurgica).
Credo che  valga la pena ricordare almeno la prima tappa di un piano che ha trasformato l’apparente leva di un sano sviluppo economico, in un micidiale susseguirsi di accadimenti volti alla distruzione socio – ambientale di un intero quartiere. Gli abitanti di Bagnoli non potranno più dimenticare gli anni in cui la sirena dell’ILVA scandiva la loro vita, la luce della colata pomeridiana arrivava di riflesso sin sopra la collina di Posillipo e l’acciaieria distruggeva la vita di tanti operai.
la spiaggia di Coroglio Bagnoli prima che tutto nascesse. A.Pitloo
Era il 1904 la data del PECCATO ORIGINALE, “ EVVIVA L’ACCIAO”, IL GOVERNO GIOLITTI DECISE CHE SI DOVEVA MODERNIZZARE  UN PAESE CHE ERA ANCORA PREVALENTEMENTE AGRICOLO, INIZIA LA COSTRUZIONE DELL’IMPIANTO ILVA DI BAGNOLI, UN’AREA AGRICOLA VICINA AL MARE. Dopo oltre cent’anni, lo smantellamento degli impianti, la distruzione di un intero quartiere a vocazione turistica e condannato all’industrializzazione, nel 2002 nasce Bagnolifutura S.p.A. una Società di Trasformazione Urbana, nata per iniziativa del Comune di Napoli, con l’obiettivo di realizzare gli interventi di trasformazione e miglioramento. Nel 2006 viene restaurato ed aperto al pubblico il pontile nord dell’ex Italsider, lungo oltre 900 metri, la passeggiata a mare più lunga d’Europa,
la passeggiata a mare più lunga d'Europa...
davvero una bella soddisfazione per le migliaia di operai rimasti senza lavoro o, morti per incidenti.
la colata dell'Italsider
La “vocazione” della zona, che nei primi decenni del secolo sembrava ancora avviata verso un futuro di stazione balneare e di villeggiatura, si è così trasformata  nel destino di un anonimo quartiere di periferia industriale. Questo  mio racconto socio- gastronomico del quartiere di Bagnoli, è stato preceduto da diverse chiacchierate con persone residenti  qui da decenni , la storia è perciò, per la maggior parte,  frutto delle testimonianze orali di Giuseppe Scepi , bagnolese d’adozione, classe 1935, Umberto Monaco titolare della Tavola Calda in Via Di Pozzuoli e dei componenti del Comitato Bagnoli Punto e a  Capo , oltre che di un bagnolese doc, che vuol essere chiamato Samlet. Torniamo alla Bagnoli dei tempi di Umberto Monaco, i magnifici anni ’60, la sabbia di qui, essendo di origine vulcanica (come ad Ischia), aveva un grande potere curativo, specialmente in ortopedia, oggi purtroppo i “poteri” sono diventati ben altri, polveri sottili…
soltanto sul piccolo litorale Nord, quello verso Pozzuoli, si può almeno prendere il sole. Il mare è ancora inquinato, ma la sabbia è stata sostituita con quella pulita proveniente dalla Puglia ed è stata completata la bonifica anche in profondità: i lidi non contengono più idrocarburi e vi si può passeggiare o fare elioterapia senza timore di contrarre malattie. Il collegamento con la zona balneare del litorale bagnolese era garantito dalla fine dell’800, dallo storico tram, n.1,
che collegava la città, da Poggioreale a Fuorigrotta, passando per le Terme Apollo di Agnano, fino a Bagnoli dove stazionava alla cd. fermata “Dazio”, (dove ancora oggi c’è un deposito di autobus) per poi proseguire verso il litorale “La Pietra” e Pozzuoli. Ormai, i binari sono stati coperti da circa 40 anni. Dal 1997, il n. 1 non arriva più a Bagnoli e la sopravissuta tratta da Piazzale Tecchio viene smantellata dopo pochi anni. I primi ricordi degli intervistati, compreso Umberto Monaco, sono quelli degli anni ’40, i ricoveri per proteggersi dalle bombe: quello abituale era in via Acate, la parte alta di Bagnoli, nel seminterrato del palazzo della Famiglia Tarallo, poi, quando le bombe cadevano a pioggia si correva sotto il tunnel che portava da Bagnoli a Pozzuoli. Verso la fine della guerra, i tedeschi s’insediarono nella base Nato, le loro abitazioni erano tutte dipinte di verde, a forma di alberi, per evitare di essere individuate, ma un ricognitore inglese riuscì nell’impresa e dette l’ordine di “bombardare a tappeto sulla linea ferroviaria”. Purtroppo gli americani sbagliarono ferrovia e il 24 agosto del 1943 ci furono molti morti a Bagnoli. I tedeschi andarono via spontaneamente, a Bagnoli non ci furono gli episodi di rivolta che videro Napoli protagonista delle Quattro Giornate. I primi americani arrivarono qui nel ’45 e con loro anche un po’ di benessere.
"amichevole" di calcio tra bagnolesi e marinai tedeschi
Fino alla fine degli anni ’60, esclusi gli anni della guerra, Bagnoli brulicava di stabilimenti e sorgenti termali, meta del popolino, se e quando poteva, e della Napoli nobile e borghese che frequentava l’hotel – Lido Tricarico, oggi sede dell’Istituto Alberghiero Gioacchino Rossini.
l'hotel Tricarico
Nelle vicinanze c’èra il “Lido delle Sirene” e in piazza Bagnoli, c’erano i bagni termali. Don Amedeo Masullo era il proprietario dello storico Lido Fortuna di Bagnoli, che insieme al Lido Nettuno era il più economico per le famiglie, quello dove i ragazzini, finita la scuola, si calavano dai pali lungo la spiaggia per entrare alla chetichella, poi, in agosto le famiglie affittavano la cabina per la villeggiatura che raggiungevano in tram, gli “scugnizzi”, invece, arrivavano al  mare “appise ‘o tramm”.
gli scugnizzi "appesi" al tram n. 1
Sempre in piazza Bagnoli c’èra un piccolo lido con pensione e terme: la Pensione Cotroneo. Curiosando negli archivi dei quotidiani di città, ho trovato la storia di una donna che, qui a Bagnoli, evirò l’amante, colpevole di averla abbandonata all’indomani del matrimonio con un’altra. La pensione Cotroneo, teatro della vendetta, non esiste più, ma all’epoca, fine anni ’60, Napoli divorò ogni briciola della vicenda :)).
zac...:)
Viceversa, le famiglie più ricche prendevano in affitto, oltre alla cabina negli stabilimenti più eleganti, anche le eleganti villette stile liberty per trascorrervi i mesi estivi. Qualche esemplare di queste costruzioni, sopravvissute allo scempio edilizio del dopoguerra, si può ancora ammirare nel cuore di Bagnoli.
lo stile liberty a Bagnoli
Erano gli anni in cui si cominciava a leggere i giornali: il Risorgimento, il Corriere di Napoli, il Roma, Napoli Notte, Il Mattino e Sport Sud, il cui direttore, Gino Palumbo se ne andò a Milano a lavorare per il Corriere della Sera. Bagnoli era dunque un vero e proprio centro di villeggiatura, chi poteva si permetteva svaghi e cinema: proprio in piazza, a pochi metri dal locale della famiglia Monaco, c’èra il “Ferropoli”,
il Cinema Teatro Ferropoli
in Via Giusso vicino l’odierna metropolitana c’era il “Cabiria” che d’estate diventava cinema all’aperto e, su Viale Campi Flegrei, c’èra il “Roma”.  Ancora, il “Terme” in via Nuova Bagnoli e il Cinema Teatro La Perla che ancora resiste. I ragazzini di Bagnoli degli anni ’45 – 50, giocavano per strada, al mitico “ mazza ‘e piveze”: consistente nel lancio e nella respinta per mezzo della mazza, di un legnetto dalle estremità appuntite (‘o pivezo).
mazza e pivezo
Quest’ultimo, adagiato per terra, veniva battuto con la mazza e così saltando doveva essere colpito a volo (mazzecato) per inviarlo al compagno il quale, ribattendolo con la propria mazza, lo rispediva al lanciatore. Il gioco, ancora oggi praticato nella Napoli popolare, o, insegnato da qualche saggio genitore ai propri figli, vanta origini remotissime, sue tracce sono state ravvisate in affreschi di epoca etrusca e romana, mentre lo stesso nome con cui è chiamato in lingua – la lippa – sembra discendere dal caldeo halip che significa lancio. L’altro gioco era naturalmente il pallone, prima di carta, poi di pezza e, con l’arrivo degli americani, di gomma piuma. Gli allievi del magistrale Virgilio di Pozzuoli, classe ’47 – ’48, tra questi Giuseppe Scepi e, una classe avanti a lui, Sophia Loren, si riunivano nelle case di chi possedeva il mitico giradischi con i 45 e 33 giri, si ballava con i genitori sulla porta che facevano da “cani da guardia”. Ad una delle feste del sabato, a casa di Scepi arrivò anche Sophia Loren con la sorella.
Sophia (Scicolone) Loren
Il bar di riferimento era La Fonte del Gelo, oggi San Domingo in Viale Campi Flegrei, qui ogni tanto, tra un palazzo e l’altro, veniva ad esibirsi “Arturo sul filo” un equilibrista che dava spettacolo per pochi spiccioli.I negozi e le attività commerciali storiche sono praticamente scomparse, resistono il Ferramenta Correale che vende ogni sorta di utensile dal 1958, Umberto Monaco con la sua tavola calda – trattoria dal 1959
Via Giusso a Bagnoli
e gli accattivanti profumi che salgono da Via di Niso,  sede della panetteria Rescigno. E’ scomparso invece il mitico uomo che, nel 1965 si metteva a metà di Viale Campi Flegrei con il suo pianino e vendeva ai ragazzi caramelle, fumetti, cianfrusaglie varie e qualche disco. Intorno al 1968, aggirandosi per Bagnoli,  si poteva ascoltare della musica proveniente da uno scantinato: qualche anno dopo l’autore di quella musica divenne famoso in tutt’Italia: Edoardo Bennato. La Tavola Calda Umberto dal 1959 si trova ad un centinaio di metri dalla zona del cd. Dazio,
il Dazio
confine tra Napoli e il comune di Pozzuoli e di fronte al Museo del Mare di Napoli, all’interno dell’Istituto Nautico Duca degli Abruzzi, una volta sede de La Ravaschieri, una struttura parasanitaria, dove i bambini disabili respiravano aria buona e si esponevano al sole, accuditi dalle monache. Il Dazio è stato per anni la fermata dei tram, oggi stazionamento degli autobus, ma, storicamente era il luogo, dove tutti i carretti trainati da asini e cavalli i che entravano in città per vendere merci, dovevano fermarsi per pagare la “bolletta”. Queste casupole erano posizionate presso tutte le porte d’ingresso a Napoli, nel Regno di Napoli esistevano ben 245 posti di pedaggio. Fino al 1809 sul vino che si importava nella città di Napoli si riscuotevano due dazi, uno detto di consumo che andava nelle casse comunali e un altro d’immissione che costituiva tariffa doganale e accresceva la rendita dello stato.
la vetrina di Umberto oggi, una delle poche attività sopravvissute a Bagnoli
L’Istituto Tecnico Nautico “Duca degli Abruzzi” vanta una storia pluricentenaria. Nel 1904 acquista una sede propria in via Tarsia, fino al 1983 quando si trasferisce a Bagnoli. Qui, dieci anni dopo, viene istituito, per merito del direttore
il Prof. Antonio Mussari con Rita Aymone Cat, sorella del famoso comandante Giuseppe che guido' la prima spedizione italiana in Antartide
Prof. Antonio Mussari, (cliente abituale di Umberto) Il Museo del Mare di Napoli, che nel 2008 viene riconosciuto come Museo di interesse regionale. “In un museo come questo, ognuno può dare ali alla fantasia ed entrare nell’immenso universo del mare; poiché il mare è la più antica fonte di vita, è un orizzonte esteso sul mistero, è una porta aperta sui sogni che si concretizzano sull’acqua.
storiche attrezzature di bordo esposte in una delle sale del Museo del Mare a Bagnoli
“Gli oggetti che esso contiene si animano e per incanto l’avventuroso diventa Capitan Nemo, il navigatore Colombo, il pescatore Achab, il bambino Peter Pan, il concreto ingegnere e gli ospiti di questo Museo diventano tutti Capitani”. Praticamente sconosciuto alla maggior parte dei napoletani, il Museo del Mare è aperto tutti i giorni ad ingresso libero e vuole essere il punto di riferimento e strumento di valorizzazione del patrimonio culturale marinaro diffuso in molta parte del tessuto sociale e territoriale della Campania. La conservazione e la trasmissione della memoria storica della marineria della Campania costituiscono la principale mission. Il patrimonio che il Museo intende recuperare e salvaguardare è rappresentato dalla più varia documentazione marittima: fotografie, libretti di navigazione, diari di bordo e quant’altro legato alla vita della Gente di Mare.
il Museo si affaccia sulla spiaggia di Bagnoli
Oh, finalmente torniamo a parlare della famiglia Monaco, ovvero di cibo.
teng' famm' :)
Umberto, Concetta, Pasquale e Giuseppe Monaco, in Via di Pozzuoli a Bagnoli, quartiere “operaio” della periferia napoletana, ci sono praticamente nati, a poche centinaia di metri dal loro locale. Il capo famiglia, in divisa immacolata, cominciò a lavorare da ragazzo, come garzone della storica rosticceria – tavola calda Pizzicato, che si trovava in Via Medina all’angolo con piazza Municipio a Napoli. Il grande negozio era un punto di riferimento per i ragazzi degli anni ’50, dove per pizza fritta con la ricotta e birra in 2 si spendevano 50 lire, in pratica, il fast food di oggi, ma altro che hamburger e patatine.  Poi, quasi 50 anni fa, il matrimonio con Concetta, la famiglia si accrebbe e, a Bagnoli, una delle poche opportunità fu accettare di lavorare in mensa per una delle ditte all’interno del complesso Italsider. Alla fine degli anni ’50 la ditta andò via da Napoli e Umberto decise di restare. Complice la stagione del boom economico, dei lidi balneari e della Bagnoli luogo di villeggiatura e relax per i napoletani, Umberto decise di aprire la rosticceria con qualche tavolo e tanto asporto, al bancone tutti i pezzi classici del fritto napoletano: pizza fritta, crocchè, arancini, scagnozzi e paste cresciute. Si lavorava tanto e la sera si aspettava la fine del secondo spettacolo per vendere l’ultima frittura da prendere al volo, “frjenno, magnanno”.
le frittate di cipolle o melanzane da mangiare a morsi
Dopo qualche anno, nel 1963, visto che le cose andavano piuttosto bene, la famiglia decide di aggiungere anche l’insegna “Tavola calda – Cibi Cotti”, associando alla rosticceria, i piatti tradizionali della cucina napoletana. La sera, prima di chiudere, Umberto attraversava la strada e portava tutto il cucinato non venduto ai ragazzi disabili della “Ravaschieri”. Umberto, Concetta e sua sorella Antonietta hanno lavorato a pieno regime fino all’inizio degli anni ’80, poi sono stati affiancati dai figli Pasquale, per tutti Lino, e Giuseppe, detto Pippo. Oggi Umberto comincia alle 7,00 di mattina e rimane fino al primo pomeriggio, Concetta invece, scende il pomeriggio per dare una mano nella scelta del menù, la lista della spesa e la pulizia di montagne di verdure fresche.
un mare di friarielli da mondare, ma Concetta non si avvilisce:)
Frutta e ortaggi arrivano da un noto fruttivendolo di Bagnoli, il pane è di un forno a legna della vicina Quarto, i latticini sono dell’aversano, la carne è della zona, il pesce arriva fresco dal mercato di Pozzuoli che è a due passi, il baccalà è del baccalaiuolo di fiducia del mercatino rionale. Formaggi e salumi vengono ordinati ad un distributore specializzato, il vino è del beneventano. Piacevoli aglianico e falanghina da bere rigorosamente nel vecchio, caro, bicchiere da osteria.
caro, vecchio, bicchiere da osteria
La scelta del menù è praticamente interminabile. Ogni giorno ci sono quattro primi piatti pronti, il resto se possibile, folla permettendo, si cucina al momento. Gli antipasti spaziano dalle bruschette, al misto mare, alici marinate, prosciutto e mozzarella e gli immancabili sfizi di fritto napoletano. I primi piatti del giorno comprendono sempre uno al forno,
Fusilli al forno con ragù e melanzane
tipo fusilli con melanzane al forno e poi orecchiette con i broccoli, pasta e cavoli e gnocchi alla sorrentina. Naturalmente è sempre possibile ordinare la pasta al pomodoro.
orecchiette con i broccoli
L’elenco dei primi che si alternano durante la settimana è notevole: pasta al forno, penne alla siciliana, sartù di riso, rigatoni con ricotta o al grattè, cannelloni, lasagne, riso e carciofi,  genovese, timballo di maccheroni, fagioli e scarole, pasta e patate con provola, pasta e lenticchie, ceci, o fagioli con o senza cozze, in estate, insalata di riso o, di pasta. La scelta dei secondi di carne è altrettanto tradizionale: carne arrosto, salsicce alla piastra, carne alla “pizzaiola”, scaloppine, cotolette di pollo o, di carne, polpette al ragù.
polpette al ragù, parmigiana di melanzane e carciofi in umido
L’offerta di pesce è semplice, si limita a piatti semplici, poco costosi ma molto buoni: polipetti alla Luciana, seppioline in cassuola, alici fritte o in tortiera, baccalà fritto, stocco lesso con le olive, frittura di calamari, insalata di polpo, merluzzo lesso, dentice al forno con patate.
dentice al forno con patate, € 6,00
Sconfinato l’assortimento dei contorni. Peperoni in padella, peperoncini verdi fritti, melanzane al filetto di pomodoro, funghi trifolati, carciofi alla Giudea, parmigiana di melanzane, parmigiana di carciofi, friarielli, frittata di cipolle o di melanzane, zucchine alla scapece o sott’olio (fatte in casa) patate al forno o fritte, insalate miste di ogni tipo, con aggiunta di polpo, o provola, prosciutto e formaggi.
carciofi arrostiti
Poi le verdure per chi è a dieta: carote, zucchine, cavolo, broccoli, carote rosse, spinaci e fagiolini lessi, peperoni all’insalata e verdure grigliate.
freschissime verdure lesse, per stare leggeri:)
Il menù si completa con la proposta dei piatti sempre pronti e dei piatti unici, ovviamente a seconda della stagione: Insalata caprese, provola alla piastra, cotolette di pollo e contorno, polpette parmigiana di melanzane, salsicce e friarielli, porchetta di Ariccia e contorno, hamburger e patate al forno, insalata tonno e pomodorini, freselle al pomodoro in vari modi. C’è poi il cibo da strada napoletano: crocchè, arancini, montanara, focacce e le cd. “marenne”: sfilatini o pane cafone con ripieno a scelta, salsicce e friarielli, carne alla pizzaiola, carciofi o melanzane e provola,
'a marenna: pane e carne alla pizzaiola
e persino, l’aberrante wurstel e patatine per qualcuno dei ragazzi delle scuole vicino, fortunatamente, mi dice Lino, stanno imparando a mangiare i nostri piatti tradizionali e, allo stile “Mac Zaia” preferiscono un sano sfilatino “sasicce e friariell”. I dessert sono di casa o arrivano dalla nota pasticceria San Domingo. Si chiude con frutta fresca di stagione del vicino mercato rionale e un fantastico caffè, al vetro rigorosamente amaro.
ah, che bello cafè, sulo a Napule 'o ssanne fa...
Il quid € è strabiliante: dall’antipasto al dessert con vino della casa da 13 a 15 euro, un esempio?  Bruschette miste, prosciutto e mozzarella, cannelloni, salsicce e friarielli e vino della casa = 13 euro. Come fossero in pensione i clienti abituali si fanno mettere da parte il vino non consumato per il giorno dopo.
Lino con il Sig. Vittorio cliente abituale da 35 anni
Il sabato sera Lino offre un menù “fisso” a 15 euro: antipasto di bruschette miste, medaglioni di melanzane, sfizi misti e tris di mare; un primo a scelta tra paccheri alla pescatora o trofie melanzane e provola; per secondo frittura di gamberi e calamari o alici fritte con insalata mista; vino della casa, dessert e digestivo. Uscite da Napoli e non ci mangiate neanche una pizza.:) La sala è accogliente e luminosa, un ampio banco vetrina e per l’asporto, una decina di tavoli ricoperti da pratiche cerate a fiori. I clienti sono per la maggior parte abituali, per loro è come tornare a casa ad ora di pranzo, magari la mattina prima di andare al lavoro, si fermano per un caffè e chiedono cosa si mangia.
Pippo con un altro amico e cliente abituale, "solo" da cinque anni
Verso le 13 e 30 arriva l’esercito delle “marenne”, è l’orario di uscita da scuola. In cucina papà Umberto da il “la” dalla mattina, è molto ordinato, pulisce e mette al suo posto ogni cosa, ha ereditato la passione per la cucina da sua madre, Maria Grieco, figlia di proprietari di “paranze” ( barche da pesca) di Pozzuoli.
Umberto "ammonna" (pulisce) i carciofi , sono 60 anni che è in cucina e ancora si diverte
Intanto, Donna Concetta con una “santa pacienza”, ingrediente fondamentale in cucina, come nel matrimonio, ( ha sposato Umberto quasi 50 anni fa) monda una montagna di freschissimi friarielli. Verso le 16 Umberto e Concetta “levano mano”, lasciano il campo ai figli Lino e Pippo e a Giovanni che lavora con la famiglia da quindici anni. Vanno a casa tranquilli: “ ‘e uagliune sanne faticà”, hanno imparato da quel vecchio detto napoletano: ” ‘o sparagno nun è mai guragno” ( il risparmio non è mai guadagno).

Il vino incontra la birra A Terra di Vento protagoniste alcune delle migliori birre artigianali campane


Domenica 13 febbraio 2011 dalle ore 10 in poi l’azienda agricola Terra di Vento di Montecorvino Pugliano (SA) proporrà un’intera giornata dedicata alla birra artigianale.  

“Birrando a Terra di Vento”, iniziativa a cura del movimento culturale birraio “Birrando...Si impara!!!” nell’ambito della settimana nazionale della birra artigianale, darà l’opportunità ad appassionati e operatori di assistere a tutte le fasi del processo produttivo, gustare le birre di alcuni dei migliori microbirrifici artigianali campani e piatti preparati con la birra e abbinati sia al vino che alla birra, bevanda tra l’altro recentemente dichiarata prodotto agricolo (decreto ministeriale 212/2010).

I visitatori potranno anche conoscere e sperimentare le tante attività dell’agriturismo Terra di Vento, la prima azienda agricola a “metro zero” con filiera completa e e ciclo biologico chiuso nel cuore del Parco dei Monti Picentini.

A fine giornata premiazione dei vincitori del concorso dedicato alle birre di produzione casalinga.

Il programma

ore 10:00
Cotta pubblica di birra artigianale con spiegazione di tutte le fasi del processo produttivo (dalle materie prime utilizzate alla cottura, luppolatura, filtrazione etc.).

ore 13:15
Pranzo/degustazione nell’osteria dell’agriturismo (prenotazione obbligatoria ai recapiti sotto indicati, il servizio inizierà per tutti i clienti alle ore 13:15 per cui si raccomanda la puntualità).
Approfondimenti tecnici e culturali sulla birra e sul vino a cura rispettivamente dei produttori delle birre abbinate ai piatti e di Roberto Nicodemo..

ore 16:00
Concorso per homebrewers che si concluderà con la premiazione dei vincitori.

Con la partecipazione di:

Aeffe di Castel San Giorgio (Sa)
B108 di Battipaglia (Sa)
Birrificio Irpino di Manocalzati (Av)
Maltovivo di Ponte (Bn)
Maneba di Striano (Na)
Emporio Meola - Attrezzature per homebrewers di Arcella di Montefredane (Av)

L’ingresso è libero.

Terra di Vento

Nata nel 2005 per opera di Roberto Nicodemo, imprenditore edile e appassionato agricoltore e di sua moglie Marialuisa Zottola, Terra di Vento vuole tutelare, promuovere e valorizzare il territorio attraverso prodotti che oltre al gusto racchiudono una storia, parlano del luogo di origine.

La tradizione popolare locale narra difatti che un contadino, trascinando il raccolto col suo carretto, sollevava un polverone che portava “vento di terra” fin sopra il paese. Quel vento di terra è diventato Terra di Vento.

Terra di Vento è la prima azienda agricola a “metro zero” con filiera completa e ciclo biologico chiuso, si estende su 70 ettari a 200 metri sul livello del mare nel territorio Macchia Morese nel cuore del Parco dei Monti Picentini tra lo splendido golfo di Salerno e le dolci colline salernitane.

Caratterizzata da totale autonomia energetica grazie a un impianto fotovoltaico a 20KW a emissioni zero, l’azienda vuole avvicinare il pubblico ad un’agricoltura di qualità rispettosa dei diritti dei consumatori, dei lavoratori e degli animali nell’ottica della tutela dell’ambiente e del diritto delle future generazioni a un pianeta ecosostenibile. 

Terra di vento ha una forte identità culturale ed ambientale, infatti tutti i prodotti sono certificati come biologici e sono strettamente legati al territorio.


Come arrivare

- Uscire a Pontecagnano Sud sull’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria. Seguire le indicazioni per Pontecagnano, alla seconda rotatoria girare a destra in direzione Faiano. Prima della salita che porta al centro del paese girare a destra e seguire le indicazioni per “Terra di Vento”.

- In alternativa, uscire a Montecorvino Pugliano sull’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria. Seguire le indicazioni per Montecorvino Pugliano, al primo incrocio seguire le indicazioni per “Terra di Vento”.
Info e prenotazioni per l’evento sulla birra:
Associazione “Birrando...Si impara”
c +39 349 1812734 

Info e prenotazioni per il pranzo e le attività dell’agriturismo:
Azienda Agricola Terra di Vento 
di Marialuisa Zottola 
Via Tevere (ex Via Comone dello Statuto) 
84090 Montecorvino Pugliano (SA) 
t +39 0828 354 597 
f +39 0828 354 597