mercoledì 9 febbraio 2011

Bagnoli, da Umberto Tavola Calda: 60 anni di cucina napoletana verace, dal boom economico al low cost

Bagnoli, da Umberto Tavola Calda: 60 anni di cucina napoletana verace, dal boom economico al low cost

21 gennaio 2011
al centro Umberto Monaco con i figli Giuseppe a sx e Pasquale a dx
Tavola Calda Da Umberto dal 1959
Via di Pozzuoli 16 – 18
Bagnoli – Napoli
Tel.081.5707040
Aperto: dal lunedì al venerdì 7,00 – 18,00 non stop
Sabato: 7,00 – 24,00 non stop
Chiuso: domenica
Ferie: settimana di Ferragosto
Carte credito: no – ticket restaurant: si

Piazza Bagnoli e Via di Pozzuoli, old times
Siamo nel cuore di Bagnoli, ampio quartiere a nord ovest di Napoli, confinante con Fuorigrotta e Posillipo da un lato e con il comune di Pozzuoli dall’altro. È dunque, a pieno titolo parte dei Campi Flegrei.  L’etimologia della parola Bagnoli è “luogo di bagni”. Bagnoli ha sempre avuto una vocazione balneare, poi venne l’Ilva (industria lavorazione vergella e affini, ovvero di barre di acciaio semilavorato, comunemente a sezione circolare, avvolta in matasse ottenuta per laminatura a caldo) e in seguito, nasce l’Italsider (Italia siderurgica).
Credo che  valga la pena ricordare almeno la prima tappa di un piano che ha trasformato l’apparente leva di un sano sviluppo economico, in un micidiale susseguirsi di accadimenti volti alla distruzione socio – ambientale di un intero quartiere. Gli abitanti di Bagnoli non potranno più dimenticare gli anni in cui la sirena dell’ILVA scandiva la loro vita, la luce della colata pomeridiana arrivava di riflesso sin sopra la collina di Posillipo e l’acciaieria distruggeva la vita di tanti operai.
la spiaggia di Coroglio Bagnoli prima che tutto nascesse. A.Pitloo
Era il 1904 la data del PECCATO ORIGINALE, “ EVVIVA L’ACCIAO”, IL GOVERNO GIOLITTI DECISE CHE SI DOVEVA MODERNIZZARE  UN PAESE CHE ERA ANCORA PREVALENTEMENTE AGRICOLO, INIZIA LA COSTRUZIONE DELL’IMPIANTO ILVA DI BAGNOLI, UN’AREA AGRICOLA VICINA AL MARE. Dopo oltre cent’anni, lo smantellamento degli impianti, la distruzione di un intero quartiere a vocazione turistica e condannato all’industrializzazione, nel 2002 nasce Bagnolifutura S.p.A. una Società di Trasformazione Urbana, nata per iniziativa del Comune di Napoli, con l’obiettivo di realizzare gli interventi di trasformazione e miglioramento. Nel 2006 viene restaurato ed aperto al pubblico il pontile nord dell’ex Italsider, lungo oltre 900 metri, la passeggiata a mare più lunga d’Europa,
la passeggiata a mare più lunga d'Europa...
davvero una bella soddisfazione per le migliaia di operai rimasti senza lavoro o, morti per incidenti.
la colata dell'Italsider
La “vocazione” della zona, che nei primi decenni del secolo sembrava ancora avviata verso un futuro di stazione balneare e di villeggiatura, si è così trasformata  nel destino di un anonimo quartiere di periferia industriale. Questo  mio racconto socio- gastronomico del quartiere di Bagnoli, è stato preceduto da diverse chiacchierate con persone residenti  qui da decenni , la storia è perciò, per la maggior parte,  frutto delle testimonianze orali di Giuseppe Scepi , bagnolese d’adozione, classe 1935, Umberto Monaco titolare della Tavola Calda in Via Di Pozzuoli e dei componenti del Comitato Bagnoli Punto e a  Capo , oltre che di un bagnolese doc, che vuol essere chiamato Samlet. Torniamo alla Bagnoli dei tempi di Umberto Monaco, i magnifici anni ’60, la sabbia di qui, essendo di origine vulcanica (come ad Ischia), aveva un grande potere curativo, specialmente in ortopedia, oggi purtroppo i “poteri” sono diventati ben altri, polveri sottili…
soltanto sul piccolo litorale Nord, quello verso Pozzuoli, si può almeno prendere il sole. Il mare è ancora inquinato, ma la sabbia è stata sostituita con quella pulita proveniente dalla Puglia ed è stata completata la bonifica anche in profondità: i lidi non contengono più idrocarburi e vi si può passeggiare o fare elioterapia senza timore di contrarre malattie. Il collegamento con la zona balneare del litorale bagnolese era garantito dalla fine dell’800, dallo storico tram, n.1,
che collegava la città, da Poggioreale a Fuorigrotta, passando per le Terme Apollo di Agnano, fino a Bagnoli dove stazionava alla cd. fermata “Dazio”, (dove ancora oggi c’è un deposito di autobus) per poi proseguire verso il litorale “La Pietra” e Pozzuoli. Ormai, i binari sono stati coperti da circa 40 anni. Dal 1997, il n. 1 non arriva più a Bagnoli e la sopravissuta tratta da Piazzale Tecchio viene smantellata dopo pochi anni. I primi ricordi degli intervistati, compreso Umberto Monaco, sono quelli degli anni ’40, i ricoveri per proteggersi dalle bombe: quello abituale era in via Acate, la parte alta di Bagnoli, nel seminterrato del palazzo della Famiglia Tarallo, poi, quando le bombe cadevano a pioggia si correva sotto il tunnel che portava da Bagnoli a Pozzuoli. Verso la fine della guerra, i tedeschi s’insediarono nella base Nato, le loro abitazioni erano tutte dipinte di verde, a forma di alberi, per evitare di essere individuate, ma un ricognitore inglese riuscì nell’impresa e dette l’ordine di “bombardare a tappeto sulla linea ferroviaria”. Purtroppo gli americani sbagliarono ferrovia e il 24 agosto del 1943 ci furono molti morti a Bagnoli. I tedeschi andarono via spontaneamente, a Bagnoli non ci furono gli episodi di rivolta che videro Napoli protagonista delle Quattro Giornate. I primi americani arrivarono qui nel ’45 e con loro anche un po’ di benessere.
"amichevole" di calcio tra bagnolesi e marinai tedeschi
Fino alla fine degli anni ’60, esclusi gli anni della guerra, Bagnoli brulicava di stabilimenti e sorgenti termali, meta del popolino, se e quando poteva, e della Napoli nobile e borghese che frequentava l’hotel – Lido Tricarico, oggi sede dell’Istituto Alberghiero Gioacchino Rossini.
l'hotel Tricarico
Nelle vicinanze c’èra il “Lido delle Sirene” e in piazza Bagnoli, c’erano i bagni termali. Don Amedeo Masullo era il proprietario dello storico Lido Fortuna di Bagnoli, che insieme al Lido Nettuno era il più economico per le famiglie, quello dove i ragazzini, finita la scuola, si calavano dai pali lungo la spiaggia per entrare alla chetichella, poi, in agosto le famiglie affittavano la cabina per la villeggiatura che raggiungevano in tram, gli “scugnizzi”, invece, arrivavano al  mare “appise ‘o tramm”.
gli scugnizzi "appesi" al tram n. 1
Sempre in piazza Bagnoli c’èra un piccolo lido con pensione e terme: la Pensione Cotroneo. Curiosando negli archivi dei quotidiani di città, ho trovato la storia di una donna che, qui a Bagnoli, evirò l’amante, colpevole di averla abbandonata all’indomani del matrimonio con un’altra. La pensione Cotroneo, teatro della vendetta, non esiste più, ma all’epoca, fine anni ’60, Napoli divorò ogni briciola della vicenda :)).
zac...:)
Viceversa, le famiglie più ricche prendevano in affitto, oltre alla cabina negli stabilimenti più eleganti, anche le eleganti villette stile liberty per trascorrervi i mesi estivi. Qualche esemplare di queste costruzioni, sopravvissute allo scempio edilizio del dopoguerra, si può ancora ammirare nel cuore di Bagnoli.
lo stile liberty a Bagnoli
Erano gli anni in cui si cominciava a leggere i giornali: il Risorgimento, il Corriere di Napoli, il Roma, Napoli Notte, Il Mattino e Sport Sud, il cui direttore, Gino Palumbo se ne andò a Milano a lavorare per il Corriere della Sera. Bagnoli era dunque un vero e proprio centro di villeggiatura, chi poteva si permetteva svaghi e cinema: proprio in piazza, a pochi metri dal locale della famiglia Monaco, c’èra il “Ferropoli”,
il Cinema Teatro Ferropoli
in Via Giusso vicino l’odierna metropolitana c’era il “Cabiria” che d’estate diventava cinema all’aperto e, su Viale Campi Flegrei, c’èra il “Roma”.  Ancora, il “Terme” in via Nuova Bagnoli e il Cinema Teatro La Perla che ancora resiste. I ragazzini di Bagnoli degli anni ’45 – 50, giocavano per strada, al mitico “ mazza ‘e piveze”: consistente nel lancio e nella respinta per mezzo della mazza, di un legnetto dalle estremità appuntite (‘o pivezo).
mazza e pivezo
Quest’ultimo, adagiato per terra, veniva battuto con la mazza e così saltando doveva essere colpito a volo (mazzecato) per inviarlo al compagno il quale, ribattendolo con la propria mazza, lo rispediva al lanciatore. Il gioco, ancora oggi praticato nella Napoli popolare, o, insegnato da qualche saggio genitore ai propri figli, vanta origini remotissime, sue tracce sono state ravvisate in affreschi di epoca etrusca e romana, mentre lo stesso nome con cui è chiamato in lingua – la lippa – sembra discendere dal caldeo halip che significa lancio. L’altro gioco era naturalmente il pallone, prima di carta, poi di pezza e, con l’arrivo degli americani, di gomma piuma. Gli allievi del magistrale Virgilio di Pozzuoli, classe ’47 – ’48, tra questi Giuseppe Scepi e, una classe avanti a lui, Sophia Loren, si riunivano nelle case di chi possedeva il mitico giradischi con i 45 e 33 giri, si ballava con i genitori sulla porta che facevano da “cani da guardia”. Ad una delle feste del sabato, a casa di Scepi arrivò anche Sophia Loren con la sorella.
Sophia (Scicolone) Loren
Il bar di riferimento era La Fonte del Gelo, oggi San Domingo in Viale Campi Flegrei, qui ogni tanto, tra un palazzo e l’altro, veniva ad esibirsi “Arturo sul filo” un equilibrista che dava spettacolo per pochi spiccioli.I negozi e le attività commerciali storiche sono praticamente scomparse, resistono il Ferramenta Correale che vende ogni sorta di utensile dal 1958, Umberto Monaco con la sua tavola calda – trattoria dal 1959
Via Giusso a Bagnoli
e gli accattivanti profumi che salgono da Via di Niso,  sede della panetteria Rescigno. E’ scomparso invece il mitico uomo che, nel 1965 si metteva a metà di Viale Campi Flegrei con il suo pianino e vendeva ai ragazzi caramelle, fumetti, cianfrusaglie varie e qualche disco. Intorno al 1968, aggirandosi per Bagnoli,  si poteva ascoltare della musica proveniente da uno scantinato: qualche anno dopo l’autore di quella musica divenne famoso in tutt’Italia: Edoardo Bennato. La Tavola Calda Umberto dal 1959 si trova ad un centinaio di metri dalla zona del cd. Dazio,
il Dazio
confine tra Napoli e il comune di Pozzuoli e di fronte al Museo del Mare di Napoli, all’interno dell’Istituto Nautico Duca degli Abruzzi, una volta sede de La Ravaschieri, una struttura parasanitaria, dove i bambini disabili respiravano aria buona e si esponevano al sole, accuditi dalle monache. Il Dazio è stato per anni la fermata dei tram, oggi stazionamento degli autobus, ma, storicamente era il luogo, dove tutti i carretti trainati da asini e cavalli i che entravano in città per vendere merci, dovevano fermarsi per pagare la “bolletta”. Queste casupole erano posizionate presso tutte le porte d’ingresso a Napoli, nel Regno di Napoli esistevano ben 245 posti di pedaggio. Fino al 1809 sul vino che si importava nella città di Napoli si riscuotevano due dazi, uno detto di consumo che andava nelle casse comunali e un altro d’immissione che costituiva tariffa doganale e accresceva la rendita dello stato.
la vetrina di Umberto oggi, una delle poche attività sopravvissute a Bagnoli
L’Istituto Tecnico Nautico “Duca degli Abruzzi” vanta una storia pluricentenaria. Nel 1904 acquista una sede propria in via Tarsia, fino al 1983 quando si trasferisce a Bagnoli. Qui, dieci anni dopo, viene istituito, per merito del direttore
il Prof. Antonio Mussari con Rita Aymone Cat, sorella del famoso comandante Giuseppe che guido' la prima spedizione italiana in Antartide
Prof. Antonio Mussari, (cliente abituale di Umberto) Il Museo del Mare di Napoli, che nel 2008 viene riconosciuto come Museo di interesse regionale. “In un museo come questo, ognuno può dare ali alla fantasia ed entrare nell’immenso universo del mare; poiché il mare è la più antica fonte di vita, è un orizzonte esteso sul mistero, è una porta aperta sui sogni che si concretizzano sull’acqua.
storiche attrezzature di bordo esposte in una delle sale del Museo del Mare a Bagnoli
“Gli oggetti che esso contiene si animano e per incanto l’avventuroso diventa Capitan Nemo, il navigatore Colombo, il pescatore Achab, il bambino Peter Pan, il concreto ingegnere e gli ospiti di questo Museo diventano tutti Capitani”. Praticamente sconosciuto alla maggior parte dei napoletani, il Museo del Mare è aperto tutti i giorni ad ingresso libero e vuole essere il punto di riferimento e strumento di valorizzazione del patrimonio culturale marinaro diffuso in molta parte del tessuto sociale e territoriale della Campania. La conservazione e la trasmissione della memoria storica della marineria della Campania costituiscono la principale mission. Il patrimonio che il Museo intende recuperare e salvaguardare è rappresentato dalla più varia documentazione marittima: fotografie, libretti di navigazione, diari di bordo e quant’altro legato alla vita della Gente di Mare.
il Museo si affaccia sulla spiaggia di Bagnoli
Oh, finalmente torniamo a parlare della famiglia Monaco, ovvero di cibo.
teng' famm' :)
Umberto, Concetta, Pasquale e Giuseppe Monaco, in Via di Pozzuoli a Bagnoli, quartiere “operaio” della periferia napoletana, ci sono praticamente nati, a poche centinaia di metri dal loro locale. Il capo famiglia, in divisa immacolata, cominciò a lavorare da ragazzo, come garzone della storica rosticceria – tavola calda Pizzicato, che si trovava in Via Medina all’angolo con piazza Municipio a Napoli. Il grande negozio era un punto di riferimento per i ragazzi degli anni ’50, dove per pizza fritta con la ricotta e birra in 2 si spendevano 50 lire, in pratica, il fast food di oggi, ma altro che hamburger e patatine.  Poi, quasi 50 anni fa, il matrimonio con Concetta, la famiglia si accrebbe e, a Bagnoli, una delle poche opportunità fu accettare di lavorare in mensa per una delle ditte all’interno del complesso Italsider. Alla fine degli anni ’50 la ditta andò via da Napoli e Umberto decise di restare. Complice la stagione del boom economico, dei lidi balneari e della Bagnoli luogo di villeggiatura e relax per i napoletani, Umberto decise di aprire la rosticceria con qualche tavolo e tanto asporto, al bancone tutti i pezzi classici del fritto napoletano: pizza fritta, crocchè, arancini, scagnozzi e paste cresciute. Si lavorava tanto e la sera si aspettava la fine del secondo spettacolo per vendere l’ultima frittura da prendere al volo, “frjenno, magnanno”.
le frittate di cipolle o melanzane da mangiare a morsi
Dopo qualche anno, nel 1963, visto che le cose andavano piuttosto bene, la famiglia decide di aggiungere anche l’insegna “Tavola calda – Cibi Cotti”, associando alla rosticceria, i piatti tradizionali della cucina napoletana. La sera, prima di chiudere, Umberto attraversava la strada e portava tutto il cucinato non venduto ai ragazzi disabili della “Ravaschieri”. Umberto, Concetta e sua sorella Antonietta hanno lavorato a pieno regime fino all’inizio degli anni ’80, poi sono stati affiancati dai figli Pasquale, per tutti Lino, e Giuseppe, detto Pippo. Oggi Umberto comincia alle 7,00 di mattina e rimane fino al primo pomeriggio, Concetta invece, scende il pomeriggio per dare una mano nella scelta del menù, la lista della spesa e la pulizia di montagne di verdure fresche.
un mare di friarielli da mondare, ma Concetta non si avvilisce:)
Frutta e ortaggi arrivano da un noto fruttivendolo di Bagnoli, il pane è di un forno a legna della vicina Quarto, i latticini sono dell’aversano, la carne è della zona, il pesce arriva fresco dal mercato di Pozzuoli che è a due passi, il baccalà è del baccalaiuolo di fiducia del mercatino rionale. Formaggi e salumi vengono ordinati ad un distributore specializzato, il vino è del beneventano. Piacevoli aglianico e falanghina da bere rigorosamente nel vecchio, caro, bicchiere da osteria.
caro, vecchio, bicchiere da osteria
La scelta del menù è praticamente interminabile. Ogni giorno ci sono quattro primi piatti pronti, il resto se possibile, folla permettendo, si cucina al momento. Gli antipasti spaziano dalle bruschette, al misto mare, alici marinate, prosciutto e mozzarella e gli immancabili sfizi di fritto napoletano. I primi piatti del giorno comprendono sempre uno al forno,
Fusilli al forno con ragù e melanzane
tipo fusilli con melanzane al forno e poi orecchiette con i broccoli, pasta e cavoli e gnocchi alla sorrentina. Naturalmente è sempre possibile ordinare la pasta al pomodoro.
orecchiette con i broccoli
L’elenco dei primi che si alternano durante la settimana è notevole: pasta al forno, penne alla siciliana, sartù di riso, rigatoni con ricotta o al grattè, cannelloni, lasagne, riso e carciofi,  genovese, timballo di maccheroni, fagioli e scarole, pasta e patate con provola, pasta e lenticchie, ceci, o fagioli con o senza cozze, in estate, insalata di riso o, di pasta. La scelta dei secondi di carne è altrettanto tradizionale: carne arrosto, salsicce alla piastra, carne alla “pizzaiola”, scaloppine, cotolette di pollo o, di carne, polpette al ragù.
polpette al ragù, parmigiana di melanzane e carciofi in umido
L’offerta di pesce è semplice, si limita a piatti semplici, poco costosi ma molto buoni: polipetti alla Luciana, seppioline in cassuola, alici fritte o in tortiera, baccalà fritto, stocco lesso con le olive, frittura di calamari, insalata di polpo, merluzzo lesso, dentice al forno con patate.
dentice al forno con patate, € 6,00
Sconfinato l’assortimento dei contorni. Peperoni in padella, peperoncini verdi fritti, melanzane al filetto di pomodoro, funghi trifolati, carciofi alla Giudea, parmigiana di melanzane, parmigiana di carciofi, friarielli, frittata di cipolle o di melanzane, zucchine alla scapece o sott’olio (fatte in casa) patate al forno o fritte, insalate miste di ogni tipo, con aggiunta di polpo, o provola, prosciutto e formaggi.
carciofi arrostiti
Poi le verdure per chi è a dieta: carote, zucchine, cavolo, broccoli, carote rosse, spinaci e fagiolini lessi, peperoni all’insalata e verdure grigliate.
freschissime verdure lesse, per stare leggeri:)
Il menù si completa con la proposta dei piatti sempre pronti e dei piatti unici, ovviamente a seconda della stagione: Insalata caprese, provola alla piastra, cotolette di pollo e contorno, polpette parmigiana di melanzane, salsicce e friarielli, porchetta di Ariccia e contorno, hamburger e patate al forno, insalata tonno e pomodorini, freselle al pomodoro in vari modi. C’è poi il cibo da strada napoletano: crocchè, arancini, montanara, focacce e le cd. “marenne”: sfilatini o pane cafone con ripieno a scelta, salsicce e friarielli, carne alla pizzaiola, carciofi o melanzane e provola,
'a marenna: pane e carne alla pizzaiola
e persino, l’aberrante wurstel e patatine per qualcuno dei ragazzi delle scuole vicino, fortunatamente, mi dice Lino, stanno imparando a mangiare i nostri piatti tradizionali e, allo stile “Mac Zaia” preferiscono un sano sfilatino “sasicce e friariell”. I dessert sono di casa o arrivano dalla nota pasticceria San Domingo. Si chiude con frutta fresca di stagione del vicino mercato rionale e un fantastico caffè, al vetro rigorosamente amaro.
ah, che bello cafè, sulo a Napule 'o ssanne fa...
Il quid € è strabiliante: dall’antipasto al dessert con vino della casa da 13 a 15 euro, un esempio?  Bruschette miste, prosciutto e mozzarella, cannelloni, salsicce e friarielli e vino della casa = 13 euro. Come fossero in pensione i clienti abituali si fanno mettere da parte il vino non consumato per il giorno dopo.
Lino con il Sig. Vittorio cliente abituale da 35 anni
Il sabato sera Lino offre un menù “fisso” a 15 euro: antipasto di bruschette miste, medaglioni di melanzane, sfizi misti e tris di mare; un primo a scelta tra paccheri alla pescatora o trofie melanzane e provola; per secondo frittura di gamberi e calamari o alici fritte con insalata mista; vino della casa, dessert e digestivo. Uscite da Napoli e non ci mangiate neanche una pizza.:) La sala è accogliente e luminosa, un ampio banco vetrina e per l’asporto, una decina di tavoli ricoperti da pratiche cerate a fiori. I clienti sono per la maggior parte abituali, per loro è come tornare a casa ad ora di pranzo, magari la mattina prima di andare al lavoro, si fermano per un caffè e chiedono cosa si mangia.
Pippo con un altro amico e cliente abituale, "solo" da cinque anni
Verso le 13 e 30 arriva l’esercito delle “marenne”, è l’orario di uscita da scuola. In cucina papà Umberto da il “la” dalla mattina, è molto ordinato, pulisce e mette al suo posto ogni cosa, ha ereditato la passione per la cucina da sua madre, Maria Grieco, figlia di proprietari di “paranze” ( barche da pesca) di Pozzuoli.
Umberto "ammonna" (pulisce) i carciofi , sono 60 anni che è in cucina e ancora si diverte
Intanto, Donna Concetta con una “santa pacienza”, ingrediente fondamentale in cucina, come nel matrimonio, ( ha sposato Umberto quasi 50 anni fa) monda una montagna di freschissimi friarielli. Verso le 16 Umberto e Concetta “levano mano”, lasciano il campo ai figli Lino e Pippo e a Giovanni che lavora con la famiglia da quindici anni. Vanno a casa tranquilli: “ ‘e uagliune sanne faticà”, hanno imparato da quel vecchio detto napoletano: ” ‘o sparagno nun è mai guragno” ( il risparmio non è mai guadagno).

Il vino incontra la birra A Terra di Vento protagoniste alcune delle migliori birre artigianali campane


Domenica 13 febbraio 2011 dalle ore 10 in poi l’azienda agricola Terra di Vento di Montecorvino Pugliano (SA) proporrà un’intera giornata dedicata alla birra artigianale.  

“Birrando a Terra di Vento”, iniziativa a cura del movimento culturale birraio “Birrando...Si impara!!!” nell’ambito della settimana nazionale della birra artigianale, darà l’opportunità ad appassionati e operatori di assistere a tutte le fasi del processo produttivo, gustare le birre di alcuni dei migliori microbirrifici artigianali campani e piatti preparati con la birra e abbinati sia al vino che alla birra, bevanda tra l’altro recentemente dichiarata prodotto agricolo (decreto ministeriale 212/2010).

I visitatori potranno anche conoscere e sperimentare le tante attività dell’agriturismo Terra di Vento, la prima azienda agricola a “metro zero” con filiera completa e e ciclo biologico chiuso nel cuore del Parco dei Monti Picentini.

A fine giornata premiazione dei vincitori del concorso dedicato alle birre di produzione casalinga.

Il programma

ore 10:00
Cotta pubblica di birra artigianale con spiegazione di tutte le fasi del processo produttivo (dalle materie prime utilizzate alla cottura, luppolatura, filtrazione etc.).

ore 13:15
Pranzo/degustazione nell’osteria dell’agriturismo (prenotazione obbligatoria ai recapiti sotto indicati, il servizio inizierà per tutti i clienti alle ore 13:15 per cui si raccomanda la puntualità).
Approfondimenti tecnici e culturali sulla birra e sul vino a cura rispettivamente dei produttori delle birre abbinate ai piatti e di Roberto Nicodemo..

ore 16:00
Concorso per homebrewers che si concluderà con la premiazione dei vincitori.

Con la partecipazione di:

Aeffe di Castel San Giorgio (Sa)
B108 di Battipaglia (Sa)
Birrificio Irpino di Manocalzati (Av)
Maltovivo di Ponte (Bn)
Maneba di Striano (Na)
Emporio Meola - Attrezzature per homebrewers di Arcella di Montefredane (Av)

L’ingresso è libero.

Terra di Vento

Nata nel 2005 per opera di Roberto Nicodemo, imprenditore edile e appassionato agricoltore e di sua moglie Marialuisa Zottola, Terra di Vento vuole tutelare, promuovere e valorizzare il territorio attraverso prodotti che oltre al gusto racchiudono una storia, parlano del luogo di origine.

La tradizione popolare locale narra difatti che un contadino, trascinando il raccolto col suo carretto, sollevava un polverone che portava “vento di terra” fin sopra il paese. Quel vento di terra è diventato Terra di Vento.

Terra di Vento è la prima azienda agricola a “metro zero” con filiera completa e ciclo biologico chiuso, si estende su 70 ettari a 200 metri sul livello del mare nel territorio Macchia Morese nel cuore del Parco dei Monti Picentini tra lo splendido golfo di Salerno e le dolci colline salernitane.

Caratterizzata da totale autonomia energetica grazie a un impianto fotovoltaico a 20KW a emissioni zero, l’azienda vuole avvicinare il pubblico ad un’agricoltura di qualità rispettosa dei diritti dei consumatori, dei lavoratori e degli animali nell’ottica della tutela dell’ambiente e del diritto delle future generazioni a un pianeta ecosostenibile. 

Terra di vento ha una forte identità culturale ed ambientale, infatti tutti i prodotti sono certificati come biologici e sono strettamente legati al territorio.


Come arrivare

- Uscire a Pontecagnano Sud sull’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria. Seguire le indicazioni per Pontecagnano, alla seconda rotatoria girare a destra in direzione Faiano. Prima della salita che porta al centro del paese girare a destra e seguire le indicazioni per “Terra di Vento”.

- In alternativa, uscire a Montecorvino Pugliano sull’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria. Seguire le indicazioni per Montecorvino Pugliano, al primo incrocio seguire le indicazioni per “Terra di Vento”.
Info e prenotazioni per l’evento sulla birra:
Associazione “Birrando...Si impara”
c +39 349 1812734 

Info e prenotazioni per il pranzo e le attività dell’agriturismo:
Azienda Agricola Terra di Vento 
di Marialuisa Zottola 
Via Tevere (ex Via Comone dello Statuto) 
84090 Montecorvino Pugliano (SA) 
t +39 0828 354 597 
f +39 0828 354 597

venerdì 14 gennaio 2011

Napoli, Porta Capuana “ E’ pronto ‘o ‘mmangià”. La famiglia di Mattia Grossi, “ ‘O Luciano”, una tradizione centenaria: disordinato Tour low cost, tra porte, mura, osterie e voci ambulanti

Low Cost, mangiare a meno di 20 euro. A cura di Giulia Cannada Bartoli
14 gennaio 2011

da sx Mattia, Titta, Luigi e Antonio Grossi , quarta generazione di osti e purpaiuoli
Via Cesare Rosaroll 65
Tel. 081.0098834 – 339.3571092
Aperto a pranzo e cena h.10,00 – 23,00 non stop
Chiuso: martedì
Ferie: 10 gg. In agosto
Bancomat, carte credito: no

di Giulia Cannada Bartoli
Ci troviamo nel cuore degli splendori della Napoli Aragonese. Nel 1484, Alfonso d’Aragona, (lo stesso al quale si attribuisce l’arrivo del vitigno catalanesca alle pendici del Monte Somma intorno al 1450)  diede il via ad una serie di opere di risistemazione della cinta muraria della città.
Si trattò di interventi maestosi di risistemazione e rinforzo, tanto che oggi possiamo ancora ammirare Porta del Carmine, Porta Capuana, Porta Nolana e l’imponente Maschio Angioino. Costruita nel 1484 su disegno di Giuliano da Maiano e giudicata una delle più belle del Rinascimento, Porta Capuana si erge solennemente tra due grandi torri cilindriche, Onore e Virtù. Attraverso un percorso tra Porte, mura e chiese tra le più belle di Napoli, arriveremo alla meta low cost proprio in Porta Capuana, accompagnati dalle “voci” antiche degli ambulanti.

Porta Capuana oggi con le torri Onore a destra e Virtù a sinistra
Porta Capuana, nella nuova murazione è quella immediatamente successiva a Porta Nolana,

Porta Nolana
dove si trova il famoso mercato popolare denominato “‘ncopp’e ‘mmura”. Nel 1488, quattro anni dopo l’inizio dei lavori, Porta Capuana fu posizionata dove si trova oggi, in Piazza San Francesco, di fronte alla sede della vecchia Pretura di Napoli, oggi abbandonata.

Porta Capuana 1900
La murazione Aragonese si concluse con il collegamento delle mura, dall’attuale via Foria, angolo via Rosaroll, alla Porta San Gennaro, la più antica porta della città di Napoli e unico punto di accesso per chi proveniva dalla parte settentrionale della città. Nel 1573,  la porta fu spostata nell’attuale collocazione, in via Foria, di fronte a piazza Cavour, inglobata nel complesso edilizio costruitole intorno. La nicchia con il quadro della Vergine, sotto la porta, è un ex-voto del 1887 per lo scampato colera del 1884.

Porta San Gennaro
Alle spalle di Porta Capuana, in Piazza Enrico de Nicola, sorge il magnifico Castel Capuano, ex sede del Tribunale di Napoli.

Castel Capuano
La storia e la vita degli abitanti del cuore di Napoli, sia, per ragioni di dominazioni, quindi anche di influenze culturali, sia per l’indole e la filosofia di vita proprie del napoletano verace, hanno sempre avuto anima e sembianze marcatamente teatrali. Esattamente gli aspetti che il Teatro del Grande Eduardo, figliastro di Scarpetta, ha portato alla ribalta  sulle scene in tutto il mondo.

Eduardo de Filippo, saggezza e ironia
Eduardo è nato a Napoli, e, dopo Pirandello, dal quale ha tratto sicuramente ispirazione, può essere senza dubbio, definito il più grande autore e commediografo italiano del novecento, attore – autore, ragionatore, filosofo, poeta e maestro di vita.

l'incontro con Pirandello
Eduardo nasce nel quartiere Chiaia nel 1900. A soli quattro anni è condotto per la prima volta su un palcoscenico. La  sua vita privata , frenetica e confusa nel periodo pre-bellico, trovò invece pace e serenità negli anni della vecchiaia. Tre sono state le donne importanti e straordinarie nella sua vita: Dorothy Pennington (una giovane e colta americana che sposò nel 1928, Thea Prandi (madre dei suoi figli Luisa e Luca, sposata il 2 gennaio 1956) e, infine, Isabella Quarantotti, scrittrice e sceneggiatrice che sposò nel 1977. Isabella, dopo la morte di Eduardo, pubblicò nel 2001 Si cucine cumme vogli’i , ambientato per lo più nell’Isolotto Isca, situato in costiera amalfitana, tra l’aia di Nerano e gli scogli de ‘Li Galli’, dove Eduardo aveva acquistato una magnifica villa. Una sorta di buen retiro dove, con Isabella e gli amici condivideva la sua filosofia in cucina, una bellissima fusione tra lezioni di vita e cucina povera, fatta di parsimonia, ingegno, fantasia e creatività, con ricette e prodotti sempre freschi di giornata.

l'isolotto di Isca
Trovandoci in zona, in omaggio ad Eduardo, facciamo una tappa in Via Nuova Teatro San Ferdinando, nelle vicinanze di Via Foria, a pochi passi da Porta Capuana. Qui c’è un luogo simbolo della napoletanità: il Teatro San Ferdinando, costruito alla fine del Settecento, venne inaugurato con l’opera di Domenico Cimarosa Il falegname. Il 3 settembre 1943 le bombe americane e tedesche lo rasero al suolo quasi completamente: restò in piedi solo parte del palcoscenico. Nel 1948, su quello che un giorno era stato un gran teatro, risuonavano i passi lenti e pesanti di un uomo che, con tristezza, girovagava tra le macerie e che, dopo una lunga riflessione, decise che non poteva finire così. Quell’uomo si chiamava Eduardo De Filippo. Il San Ferdinando fu inaugurato il 22 gennaio 1954 con l’opera Palummella zompa e vola. Eduardo cercò di salvaguardare la facciata settecentesca, realizzando all’interno un teatro tecnicamente all’avanguardia per farne una “casa” per l’attore e per il pubblico. De Filippo muore a Roma nel 1984, in suo onore, l’indirizzo del teatro San Ferdinando è stato modificato in Piazza Eduardo De Filippo n. 20.

Eduardo ne "Il Sindaco del Rione Sanità"
Dunque, il nostro itinerario sulle tracce dei sapori partenopei appartenenti alla cucina popolare, unito alla ricerca di locali storici di città, dove mangiare con pochi euro, magari riscoprendo pure antiche tradizioni andate perdute, continua… tranquilli! Non manca molto, si deve fare ora di pranzo, no?

Proprio alle spalle di Porta Capuana, vicino Piazza Enrico De Nicola, si trova la chiesa di Santa Caterina a Formiello, una delle chiese monumentali di Napoli, detta a formiello (dal latino ad formis, “presso i condotti; presso i canali”), in quanto nei suoi pressi penetrava in città l’antico acquedotto della Bolla – Carmignano.

Santa Caterina a Formiello
Da Piazza Enrico de Nicola, in direzione via Cesare Rosaroll, incrociamo Via San Giovanni a Carbonara, dove si trova l’omonima chiesa. San Giovanni a Carbonara, di epoca trecentesca, fu chiamata così poiché era destinata in epoca medievale a luogo di scarico dei rifiuti inceneriti.

la facciata di San Giovanni a Carbonara
Ci siamo quasi, pochi minuti e in teoria, arriveremmo a Porta Capuana, ma, ci tocca una fermata obbligatoria: il Borgo di Sant’Antonio Abate, per i napoletani ‘o buvero.

'O Buvero 'e Sant'Antonio, fantastico mercato rionale
Da Via S. Giovanni a Carbonara in un centinaio di metri, siamo nuovamente su Via Cesare Rosaroll, dopo mezzo chilometro ci troviamo davanti ad un indefinito palco di varia umanità, è via Sant’Antonio Abate, che collega Porta Capuana a Piazza Carlo III. Lungo la via troviamo la Chiesa di Tutti I Santi, realizzata nel XV secolo, grazie alle elemosine del popolo.

Via sant'Antonio Abate e la Chiesa di Tutti i Santi
Al “buvero” succede e si trova di tutto. Le voci degli ambulanti napoletani, anche se miste a quelle dei venditori magrebini e di altre etnie, sono un lontano ricordo, solo qualcuna sopravvive: “ tengo ‘e cumpagne voste, ’ cucuzziell, a’ capa ro purpoooo, ’o spassatiempo, ‘a scarola riccia, ‘e puparuole e aulive, ‘e  pallune allesse, ‘e friarielli ra Vollaaa …comunque, la vera risorsa napoletana di questa particolare forma espressiva della “voce” è proprio l’ambulante, perché, la precarietà della sua condizione ne fa un soggetto allo sbaraglio, che deve “catturare” i compratori, con la forza e la magia della propria “voce”. Oggi, ahimè,  non ha più vita facile , deve vedersela con le nuove tecnologie, altro che voci…

" 'e friarielli ra Vollaaaa"!
I napoletani si affezionano alle “voci”,  i venditori ambulanti passano ad uno ad uno e si riconoscono dalla voce, dalla cadenza:  una scala di note, un canonico repertorio di motivi, di voci strane, monche, ritmate, che, qui,  preannunciano l’inizio della giornata.  Oggi il borgo è un vicolo largo circa 5 metri e lungo circa un chilometro, sempre stracolmo di gente, dove si tiene ogni giorno un grande mercato all’aperto, con i prezzi più bassi (penso) della città, ma, non per questo con la merce più scadente, anzi. Ci si trova davvero di tutto, la contrattazione sul prezzo è una cosa usuale e attesa dai venditori: frutta, verdura, carne, pesce, pane, taralli, pizze fritte da consumare calde, salumi, latticini, legumi, baccalà, trippa (‘o pere ‘e musso), un misto di profumi unico al mondo.  Il Borgo è fortemente legato al culto di Sant’Antonio Abate da cui prende nome.
Il 17 Gennaio ricorre la festa del Santo, grandi fuochi vengono accesi al calar del sole nei quartieri popolari delle città; e così, intorno ai “fucarazzi”, comincia il ciclo carnevalesco, che si estingue soltanto tra la fine di Febbraio e l’inizio di Marzo. I  festeggiamenti avvenivano soprattutto nella zona intorno al borgo di Sant’Antonio Abate.

S'Antonio Abate, tradizionalmente affiancato dal "puorco"
Il 17 Gennaio, dalle prime luci dell’alba, in concomitanza della prima celebrazione, si assisteva ad una sorta di processione di persone intenzionate a far benedire se stesse e gli animali: cavalli da traino, somari, pecore, animali domestici e da cortile, conigli, cani, gatti, galline.  Il momento più suggestivo della festa era la sera. Le bancarelle si cimentavano nella vendita dei taralli, una sorta di ciambella di diversi gusti e dimensioni: grandi come una graffa, morbidi e più piccoli, duri, “nasprati” bianchi o al cioccolato.  Quelli più richiesti erano i bianchi, che uniti da un cordoncino formavano collane da mettere al collo degli animali prima della benedizione.

i taralli dolci con il naspro bianco tipici di Carnevale
In serata, dopo la celebrazione eucaristica, la statua d’oro di Sant’Antonio Abate, proveniente direttamente dal Duomo di Napoli, veniva fatta uscire dalla chiesa di Via Foria e portata in processione lungo le strade del quartiere. Al passaggio del simulacro, al grido di “menate, menate”, lanciato dalla moltitudine dei bambini, da ogni finestra venivano calati, nei canestri legati alle funi, tutti gli oggetti di legno che in casa non servivano più: mobili vecchi, sedie impagliate, tavoli in disuso e alberi di Natale ormai secchi . Nel frattempo, con quei materiali, nel quartiere Carlo III, si preparava una vampa di fuoco, detta ” ‘o cippo’” oppure ” ‘o fucarazzo.

'O Fucarazzo
Il falò, che rappresenta Carnevale, impagliato, vestito con un abito scuro, con un cappello in testa, la pipa sostituita a volte da una carota, era posto su un pezzo di legno (in genere l’anta di legno di un vecchio armadio) e in processione era pianto da tutti quelli che seguivano il feretro e, a gran voce, si gridava: “È muorto Carnevale”. Carnevale, poi, adagiato sulla pila di legna, veniva dato alle fiamme. Allora calava un gran silenzio, la zona s’illuminava, le fiamme facevano ombre sui muri dell’Orto Botanico e di palazzo Fuga. Si sentiva solo lo scoppiettio della legna che bruciava: tutti erano in silenzio ad osservare quel fuoco che cresceva, che riscaldava, in attesa del momento fatidico: lo scoppiettio dei petardi di cui era stato imbottito Carnevale. Solo allora la gente urlava dalla sorpresa e in quel momento la chiesa chiudeva e la gente tornava a casa. Intorno al falò rimanevano solo poche persone anziane in attesa che il fuoco smettesse di bruciare e offrisse loro legna calda per riscaldarsi e cenere per benedire la casa. Oggi le celebrazioni sono rare e sotto tono, si può tuttavia, avere la fortuna di assistere a riti ancora veri e sentiti, come nella zona alta di Pozzuoli, sulla collina di Cigliano, dove ogni anno viene allestito uno spettacolare fantoccio da incendiare.
Esaurite le storie del “Buvero”, si è fatta  finalmente ora di pranzo,

era ora, non se ne poteva più!
attraversiamo dunque Piazza San Francesco e lungo la parte bassa di Via Cesare Rosaroll, sulla sinistra al n. 65, troviamo l’osteria della famiglia Grossi, meta low cost, ma, soprattutto voce narrante della storia delle tradizioni veraci della mia città.

un altra "voce": è pronto 'o mangiààààà..............
Sapete, anche a Napoli può fare davvero freddo, soprattutto se spira libeccio o tramontana. Mentre tanti anni fa, Annarella ‘a Tavernara vendeva per strada anche il soffritto,

Annarella 'a tavernara
oggi ci è rimasto, se pur difficile da reperire, “’o broro ‘e purpo”, un toccasana naturale contro le intemperie. Provate a cercarlo presso gli acquafrescai della zona, “sottobanco”, (grazie alle norme HACCP), bolle un gran pentolone con acqua abbondante, un grosso polipo, sale e peperoncino, il prezzo è minimo e con una piccola aggiunta vi regalano pure la tazza.

'o broro 'e purpo di una volta
Qualcuno però non ci sta, ok per le regole sanitarie, ma, “’o broro ‘e purp”non può scomparire. Parlo di Mattia Grossi, nipote di quel Mattia Grossi del dopo guerra detto “ ‘O Luciano ‘e Porta Capuana”, di suo figlio Luigi, e delle ultime due generazioni, Mattia figlio di Luigi e suo figlio, con lo stesso nome del nonno, appunto Luigi, oggi studente all’alberghiero e apprendista dietro papà Mattia. Insomma per farvela breve,  scusate la confusione, quattro generazioni di osti e purpaiuoli. Con loro, mamma Titta, cuoca in casa e in trattoria.

le ultime generazioni, al centro con il cappello Nonno Luigi, a sx suo figlio Mattia e a dx il nipote Luigi con i cugini
Quando sono entrata ho pensato alla semplice osteria, magari ex mescita di vino, con cucina di mare e di terra. Mi guardo intorno e capisco che qui c’è qualcosa di diverso, al muro ci sono tante foto di banchi ambulanti di pescivendoli e purpaiuoli.

le testimonianze del mestiere di famiglia
Mattia junior comincia il racconto. Questo locale è stato per decenni una trattoria conosciuta in tutta Napoli “Corrado”, un omone dal quale si mangiava la migliore zuppa di cozze di Napoli e, naturalmente, ‘o broro ‘e purpo. All’inizio degli anni ‘90 Corrado chiude, le origini si perdono, passando attraverso diverse gestioni, fino alla metà del 2010, quando Mattia Grossi, nato e cresciuto in zona decide di portare avanti la tradizione di famiglia di “pisciavinnuli’, purpaiuoli e acquafrescai”, aprendo una vera e propria trattoria, dove “broro ‘e purpo”, “purpo alless’ co’ ‘o ‘rruss” (polpo bollito condito con olio piccante), “pignatiello alla luciana” e zuppa di cozze fossero protagonisti del locale, insieme alla più tradizionale cucina napoletana.

'o purpo co 'o 'rruss
A metà del 2010, Titta, la moglie di Mattia, da brava cuoca di famiglia, si è ritrovata “ostessa” ai fornelli della trattoria. Insieme a lei e Mattia, naturalmente dopo la scuola, il figlio più grande Luigi, stessi occhi da scugnizzo del padre e tanta voglia di crescere e di imparare.

Titta Grossi dalla cucina di casa ai fornelli della trattoria
Il locale è davvero carino, semplice e solare. Tutto in legno, giallo per tovaglie di carta e tende, tante foto, acquerelli con scene di pescatori, vecchie bottiglie di vino, ereditate dalle precedenti gestioni, in mostra sugli scaffali e, ovunque, “cuorni” porta fortuna.

la sala
In tutto una decina di tavoli, in fondo, la cucina con divieto d’ingresso, norme HACCP in bella vista ed il banco dei contorni. Titta è in divisa con tanto di cappello bianco. Le ricette sono quelle di sempre, c’è un menù del giorno di base, poi è tutto espresso, nel vero senso della parola, ovvero, se il cliente chiede salsicce alla brace, Mattia va dal macellaio a comprarle, se pasta e patate non è nel menù del giorno, Titta è pronta a prepararla, sempre che il cliente abbia tempo, altrimenti ci si attiene al nome della trattoria…” è pronto ‘o mmangià” ( è pronto il pranzo, il piatto è in tavola). Le materie prime sono di prima qualità, mi dice Titta – io cucino le stesse cose, nello stesso modo come se lo facessi per i miei figli-Ecco allora i migliori salumi e formaggi di un amico artigiano a Villaricca,

salumi e provola di prima qualità
provola e fiordilatte dal mercato di Porta Nolana, il pane dal forno a legna di un amico in zona, la pasta di Gragnano, le freselle per zuppa di cozze sono quelle del “fresellaro”, la frutta e la verdura dal teatro, oops, mercato, del “Buvero”, il vino sfuso da uno dei più affidabili rivenditori di città. L’acqua minerale, piuttosto che nella triste bottiglia di plastica, viene servita in caraffe di vetro.

il pane del Borgo
Come in  tutte le trattorie napoletane, il servizio d’asporto del cucinato è un must. Le telefonate arrivano dagli uffici, da Castel Capuano e persino…dagli ambulanti “int’ ‘o buvero”, come “l’acquaiuolo e il baccalaiuolo”. L’asporto include anche la “marenna” con il cucinato, ovvero un bel pezzo di pane farcito a richiesta, con salsicce e friarielli, polpette, provola, etc. Luigi junior, casco in testa, arriva in pochi minuti a destinazione. Passiamo ai piatti, naturalmente si comincia dal “broro ‘e purpo” e dalla zuppa ‘e cozze”.

'a zuppa 'e cozze
In una grossa pentola che fuma in continuazione, si fanno cuocere in abbondante acqua, i polpi più grossi, qualche cucchiaio di olio d’oliva, abbondante peperoncino e sale. Il brodo si beve sorseggiandolo da un bicchierino nel quale è contenuta anche una “ranfetella” (tentacolo) del polpo, oppure versandolo su un tozzo di pane raffermo. Corrado, mi racconta Mattia, faceva una cosa speciale: prendeva un “cozzetto” di pane cafone, toglieva tutta la mollica, metteva dentro le “ranfetelle” di ‘purpo e ‘o broro” bollente e ritappava con la mollica, che profumo, la settima meraviglia del mondo e nell’aria si sentiva la voce che molti napoletani sanno a memoria:
La vera zuppa di cozze, senza presunzione, continua Mattia, si mangia qua e in pochissimi altri posti a Napoli. La ricetta: cozze solo nostrane di stagione, fresella, polpo, olio piccante (‘o ‘rruss) e “maruzze” (lumache) di terra

le maruzze di terra
che si acquistano ovviamente al “buvero”. Le maruzze sono diverse a seconda delle stagioni e si servono a parte con l’olio piccante. La proverbiale ironia napoletana ha coniato nel tempo diversi proverbi con l’uso della parola maruzza: “Tenghe ‘e maruzzielle d’ ‘a festa, ca so’ meglie d’ ‘e cunfiette”( ho le lumachine della festa, che sono meglio dei confetti). Come significato traslato, “‘A Maruzza “ è sinonimo di vigliaccheria, ed anche di meraviglia e di un senso di paura fuori luogo, come nel detto : “Me pare Pulecenella spaventate d’ ‘e maruzze”, (SembraPulcinella spaventato nel vedere le lumache) quando sta ad indicare un marito fatto becco dalla moglie si dice: “Tene cchiù corna ‘e ‘nu cato ‘e maruzze” ( ha più corna di un secchio di maruzze). Riepilogando, ecco il menù di Titta e Mattia: antipasti di mare come sopra, oltre a frutti di mare cotti e crudi. Piatto misto di prosciutto crudo, pancetta tesa e provola. Ancora bruschette, zeppoline di mare con alghe vere e impasto di Titta. I primi di mare sono quelli tradizionali, spaghetti a vongole, ai frutti di mare e allo scoglio. I primi piatti quotidiani ci sono tutti. Pasta e cavoli, le paste con i legumi, pasta e zucca, pasta e patate con la provola, pasta al pomodoro,

Rigatoni alla puttanesca
all’arrabbiata, o, alla puttanesca e poi quelli di lusso, genovese, ragù e bolognese.

la "scarpetta" è d'obbligo:)
I secondi di pesce dipendono da nonno Luigi e dal pescato del giorno: calamari, gamberoni, saraghi, orate, spigole, frittura di paranza e alici. Anche la carne segue la tradizione, allora, polpette fritte e al ragù, salsicce, cotolette, bistecca alla griglia, scaloppine al vino o, al limone.

polpette fritte con ragù e friarielli "arraggiati ra Volla" (comune in periferia di Napoli)
Oppure, provola, mozzarella, fiordilatte e una discreta scelta di formaggi. Per i contorni c’è solo da scegliere tra le tante fresche verdure del Borgo. Friarielli, peperoni, melanzane, carciofi, carote, zucchine, funghi, patate solo al forno, e insalate miste o di pomodori. I dolci sono fatti da Titta: caprese, pastiera e babà. La frutta arriva fresca, fresca dal mercato. Si respira un’aria serena d’altri tempi da Titta e Mattia: “ simm’ cresciute ‘mmiez ‘a via” mi dice Titta, la gente la sappiamo riconoscere e sappiamo averci a che fare.” Soprattutto, aggiungo io, questi “sposini” da più di vent’anni, si divertono, sono uniti in un progetto comune che coinvolge anche i figli: conservare la sana e tradizionale cucina napoletana, senza grilli per la testa: l’insegna fuori del locale recita” ‘da noi è semp’ pront ‘o ‘mmangià”.
Il conto batte tutti i record del low cost: primo, secondo, contorno e vino della casa…€ 6,00, se aggiungiamo antipasto, secondo di pesce e dessert arriviamo a 12 euro. La colazione da asporto costa 3,00 euro. Acqua minerale, pane e coperto non si pagano.

'o cunto low cost
Sono gratis anche i racconti di Mattia, i ricordi di quando, da bambino, andava al doposcuola nella torre e riusciva a vedere dalla finestra il chiosco di papà Luigi che raggiungeva subito dopo, spesso fino a tarda notte, quando, d’inverno, “s’appicciava ‘a lampa, pe’ se scarfà”. Oppure quando la mattina andando a scuola da dove abitava, “mmiez ‘O San Ferdinando”, diretto a Vico Lepri nella zona dei Ventaglieri, da un balcone un signore, fumando una sigaretta, gli diceva: “uagliù, jate a scola, nun facite tarde, dovete andare a scuola”. Quel signore era Eduardo de Filippo, affacciato al terrazzo della sua casa – teatro.

"Uagliù (ragazzi) nun facite tarde, jate a scola" . Dovete andare a scuola
N.b. La ricerca del mangiare low cost a Napoli spesso coincide con racconti di una città che sta scomparendo. Passaggi e ricordi che possono sembrare idilliaci sono, invece, profondamente consapevoli del marcio che si consuma in strade e vicoli, ma, non sempre è bene piangersi addosso ed esaltare i lati negativi…altrimenti dovremmo ascoltare Eduardo: fuitevenne ‘a Napule”. Noi non scappiamo, vogliamo bene a questa città, nonostante tutto.
di Giulia Cannada Bartoli

mercoledì 12 gennaio 2011

Napoli, Il circolo Nautico Savoia diventa Prosecco Free


Pippo Dalla Vecchia da oltre vent'anni Presidente del Royal Savoia Yachting Club a Napoli
Da anni combatto perchè nei locali campani quando si chiede una bollicina per aperitivo non si riceva l’automatica risposta:”un prosecchino”?
Nulla da togliere al blasonato docg, ma la Campania ha almeno 5 vitigni a bacca bianca che sono un’ottima base spumante, a partire dallo storico Asprinio d’Aversa. Ebbene,ospite del Presidente del Circolo Savoia a Napoli, all’aperitivo serveo un’ottimo Fiano Spumante, dell’azienda Montesole,  in arrivo Asprinio d’Aversa  che è terminato,  e Falnghina Spumante di Astroni.
Al mio sguardo sorpreso, il Presidente mi risponde:  sono anni che qui si valorizano i vini campani,  quindi anche le bollicine.  Evviva!
no, grazzie assaie :)

DA GIOVEDI' RIPARTE GARANTITO IGP SUI BLOG WINESURF, LUCIANOPIGNATARO, LAVINIUM E ALTA FEDELTA'


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Il vino e il cibo secondo Roberto Giuliani, Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Stefano Tesi
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“Da giovedì 13 gennaio parte la nuova stagione di Garantito IGP, la rubrica di vino, cibo, ristoranti e tutto quanto fa enogastronomia di qualità scritta e pubblicata in contemporanea da "I Giovani Promettenti”.
I giornalisti Roberto Giuliani, Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Stefano Tesi. Sui loro giornali on line (rispettivamente Winesurf, Wineblog, Lavinium ed Alta fedeltà) pubblicheranno ogni giovedì, un articolo su un vino, un prodotto, un locale che a loro è piaciuto. Garantire la qualità e fare gruppo in un settore che soffre di una grande frammentazione è lo scopo dei quattro giornalisti che sperano di allargare il gruppo ad altri colleghi “giovani e meno giovani”.